Il Tribunale di Vicenza rigetta l’eccezione di incompetenza per territorio, formulata dai difensori degli imputati

Con ordinanza del 07.05.2019, nel processo relativo al caso BPVi (a carico di Zonin e altri), il Tribunale di Vicenza ha rigettato l’eccezione di incompetenza per territorio, formulata dai difensori degli imputati.

Ne riportiamo i relativi passaggi argomentativi:

“Tutti i Difensori degli imputati hanno sollevato eccezione di incompetenza per territorio del Tribunale di Vicenza, sostenendo che, ai sensi dell’articolo 16 c.p.p., e individuato il reato più grave in quello sub capo B1, la competenza debba radicarsi presso il Tribunale di Roma. L’argomento speso a sostegno dell’eccezione, pur diversamente articolato dai Difensori, è quello secondo cui il reato di cui all’articolo 2638 si sarebbe consumato in un momento precedente l’inizio – avvenuto il 28 maggio del 2012 – della verifica ispettiva di Banca d’Italia presso la sede di Vicenza, e cioè con l’invio alla Banca d’Italia del rendiconto ICAAP sulla determinazione del patrimonio di vigilanza della banca al 31/12/2011; comunicazione inviata da Banca Popolare di Vicenza con raccomandata del 26 aprile 2012, ricevuta dall’Autorità di Vigilanza presso la sede di Roma. Si evidenzia che, secondo una prima prospettazione, sviluppata principalmente dall’Avvocato Manes, l’imputazione prende in esame sia l’aspetto dell’occultamento fraudolento delle operazioni cosiddette “baciate”, delle lettere d’impegno di acquisto delle azioni, sia l’omessa comunicazione di tali circostanze rilevanti, così determinando un ostacolo alle funzioni di vigilanza di Banca d’Italia, che, conseguentemente, non dava luogo ad approfondimenti conoscitivi in sede ispettiva. Le informazioni specificate in imputazione, occultate o comunque non comunicate, ricomprenderebbero, dunque, anche omissioni informative precedenti l’ispezione, come desumibile dall’utilizzo dell’avverbio “conseguentemente”, che starebbe appunto a indicare la parte di condotta realizzata durante la verifica ispettiva e, al contrario, la sussistenza di un ostacolo sorto già prima dell’ispezione. Si sostiene che tra le omissioni informative realizzatesi prima dell’ispezione del maggio 2012 la più emblematica sarebbe da individuare nella rendicontazione ICAAP inviata il 26 aprile 2012. Si tratta, infatti, dell’ultima comunicazione inviata da BPV prima della verifica ispettiva di Banca d’Italia e in essa si parla diffusamente del capitale della banca e del patrimonio di vigilanza, che attiene all’aspetto su cui in tesi di accusa si renderebbero le reticenze informative. Anche in tale comunicazione non vi è alcun cenno alle circostanze indicate nella prima parte del capo d’imputazione. Ciò legittimerebbe la conclusione che la mancata comunicazione di dati rilevanti, che secondo le imputazioni avrebbe successivamente anche comportato il mancato approfondimento conoscitivo in sede ispettiva, si sarebbe realizzata per la prima volta con la comunicazione del 26 aprile 2012 (questo è nella memoria dell’Avvocato Manes), ricevuta, appunto, la comunicazione nella sede di via Roma della Banca d’Italia. A Roma deve, dunque, ritenersi consumato il reato, a prescindere dalla sussunzione del fatto nell’ipotesi di cui al comma primo, Roma è infatti il luogo ove la raccomandata è giunta a destinazione, o comma secondo dell’articolo 2638, Roma è il luogo dove il documento è stato esaminato. Né – si aggiunge – può vincolarsi la contestazione al perimetro temporale indicato nell’imputazione per limitare la condotta al contesto della verifica ispettiva, giacché l’indicazione del tempus commissi delicti non può prevalere sulla descrizione del fatto o sugli atti presenti nel fascicolo processuale. La giurisprudenza di legittimità ritiene, infatti, che la precisazione della data di commissione del reato non costituisce modifica dell’imputazione, laddove non tocchi il nucleo essenziale dell’addebito e non pregiudichi la difesa dell’imputato. Allora – continuano i Difensori – se anche il capo d’imputazione non fa espresso riferimento a tale documento, la descrizione del fatto contestato, ove si fa riferimento solo a generiche comunicazioni, senza ulteriori specificazioni quanto alla tipologia delle stesse, in cui sarebbero state omesse tali circostanze in conseguenza delle quali non si sarebbe poi dato luogo ad approfondimenti conoscitivi in sede ispettiva, consente di ricomprendere nel perimetro di imputazione anche la omessa informazione e la comunicazione ICAAP, che, quindi, non potrebbe considerarsi alla stregua di un fatto nuovo. I Pubblici Ministeri avrebbero, quindi, selezionato una finestra temporale non corrispondente alle evenienze disponibili nel fascicolo e, secondo il ragionamento svolto, alla contestazione mossa. Sotto altro profilo, si evidenzia che legittimare una selezione puntiforme da parte del Pubblico Ministero delle condotte penalmente rilevanti rispetto all’emergenza delle indagini consentirebbe di sottrarre l’imputato dal giudice naturale, previsto dall’articolo 25 della Costituzione, lasciando al P.M. la possibilità di determinare la competenza non in base a criteri oggettivi predeterminati ma in base a criteri individuali e arbitrari. Secondo altro ragionamento sviluppato principalmente dagli Avvocati Miucci e Bertolini Clerici, la competenza va valutata sulla base della prospettazione accusatoria in senso ampio, che non si può esaurire nell’indicazione testuale del capo d’imputazione; tant’è che la giurisprudenza di legittimità rimarca che l’eccezione di incompetenza va decisa anche sulla base delle risultanze degli atti d’indagine. Il capo B1 d’imputazione contesta, in fatto, nonostante il richiamo normativo al solo comma secondo dell’articolo 2638, sia il divieto di falsa informazione di cui al comma 1 sia il divieto di ostacolo delineato dal comma 2, tant’è che viene descritto anche nello specifico e si fa riferimento ai mezzi fraudolenti. Il reato di cui al comma 1 è reato di pericolo a dolo specifico e di mera condotta che si può estrinsecare nella duplice forma del mendacio informativo e dell’emissione fraudolenta, le false informazioni debbono seguire un obbligo di comunicazione prevista dalla legge sia primaria che secondaria; la comunicazione ICAAP è stata inviata in ottemperanza a una fonte di tipo regolamentare – la circolare di Banca d’Italia 263/2006 – sicché rientra nell’ambito delle comunicazioni per cui sussiste il dovere di verità sancito dalla norma. Le circostanze rilevanti indicate in imputazione, come quelle oggetto di occultamento fraudolento, sarebbero già state occultate nella comunicazione ICAAP, nella quale vengono individuate le aree di miglioramento, le eventuali carenze nella procedura di determinazione di adeguatezza del patrimonio e le azioni correttive che la banca intendeva porre in essere, dedicando l’intero paragrafo all’indicazione dei componenti patrimoniali a produrre il capitale interno, quando incide direttamente, sul quale vi è indicazione del patrimonio di vigilanza. Ancora: l’attività di vigilanza della Banca d’Italia sarebbe stata, quindi, messa in pericolo rispetto alla funzione di revisione del rendiconto già nell’aprile del 2012 con il ricevimento della comunicazione ICAAP interessata da fraudolento occultamento di dati. Il mendacio fraudolento nella comunicazione ICAAP non può essere considerato alla stregua di un fatto nuovo; si tratterebbe, piuttosto, del primo segmento della condotta di occultamento con mezzi fraudolenti contestata nel capo di accusa, che fa riferimento anche alla mancata rilevazione nella contabilità aziendale sia della correlazione tra affidamenti e acquisto di azioni proprie sia delle garanzie e impegni di cui alle lettere sopra indicate. Avendo per oggetto il rendiconto ICAAP la composizione del patrimonio di vigilanza, si tratta del documento che per primo avrebbe dovuto contenere i dati relativi all’acquisto di azioni proprie, di cui si contesta l’occultamento. L’indicazione dell’ammontare di un patrimonio di vigilanza superiore a quello reale nelle comunicazioni di vigilanza periodiche è un dato acquisito del patrimonio investigativo e il rendiconto ICAAP è il primo in senso cronologico e primario quanto a rilievo investigativo, tema d’indagine scandagliato dagli inquirenti. Escludere il sindacato del giudice sulla individuazione da parte del P.M. delle condotte da inserire in imputazione significherebbe abrogare l’articolo 112 della Costituzione, nella parte in cui impone l’obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale in capo alla pubblica accusa, con l’effetto patologico di legittimare il “forum shopping”, consentito al P.M. mediante la selezione delle condotte da inserire in imputazione, per radicare la competenza territoriale dove ciò è più funzionale all’accusa.
Va preliminarmente valutata l’ammissibilità dell’eccezione e, infatti, la questione della competenza territoriale in questo procedimento è già stata posta all’attenzione della Corte di Cassazione nel conflitto negativo di competenza tra GIP di Milano e GIP di Vicenza. La Corte, con sentenza della Sezione I n. 15537 del 7 dicembre 2017, resa ai sensi dell’articolo 32 c.p.p., ha individuato in Vicenza la competenza territoriale proprio sulla base del luogo di consumazione del reato di cui al capo B1 d’imputazione “una volta rinvenuta la connessione tra le varie fattispecie contestate, deve ritenersi che secondo la regola dell’articolo 4 c.p.p. siano più gravi i reati di cui ai capi B1 e E1, in considerazione della ipotizzata presenza dell’aggravante e l’effetto speciale di cui all’articolo 2638 comma 3 e, riscontrata la pari gravità delle due fattispecie, la competenza per territorio dev’essere ulteriormente determinata alla stregua del criterio cronologico con attribuzione della competenza al Tribunale di Vicenza in quanto competente per il delitto contestato al capo B1 dell’imputazione provvisoria commesso per primo nel 2012”. La competenza si è, dunque, radicata a Vicenza ex articolo 32 Codice di Procedura. Va allora considerato che, ai sensi dell’articolo 25 del Codice di Procedura Penale, richiamato dall’articolo 32, la decisione della Corte di Cassazione sulla competenza è vincolante nel corso del processo, salvo che risultino fatti nuovi che comportino una diversa definizione giuridica, da cui derivi la competenza di un giudice superiore. La norma sancisce, dunque, la regola della vincolatività della pronuncia resa dalla Cassazione sulla competenza, anche laddove, secondo l’orientamento di giurisprudenza di legittimità ormai consolidato, adottata nella fase delle indagini preliminari, come nel caso di specie. Ne deriva che, una volta stabilita dal giudice di legittimità in relazione allo stesso procedimento e nei confronti delle medesime parti la competenza del giudice di merito, l’efficienza processuale postula, per l’appunto, che in difetto di novità la decisione sia fatto vincolante e non consenta di reiterare la questione ad libitum quando e quante volte si voglia, tanto palesemente pregiudicando la ragionevole durata del processo (Cassazione 20992/2011). La deroga è, dunque, consentita solo in caso di emersione di fatti nuovi, diversi da quelli in base ai quali è stata valutata la medesimezza del fatto; fatti nuovi suscettibili dal luogo una diversa definizione giuridica del fatto implicante la modificazione della competenza per materia e funzionale di altro diverso giudice (e queste sono le Sezioni Unite 18621/2016). Ciò a significare che il novum, per essere attrattivo e rilevante, deve riguardare il fatto storico, dev’essere sopravvenuto, cioè venuto a esistenza dopo la decisione sulla competenza o se preesistente alla decisione essere stato processualmente sconosciuto ed emerso solo nell’ulteriore corso del processo, e deve determinare non un qualsiasi mutamento nella qualificazione giuridica, ma una validazione del nomen iuris, tale da determinare un’ipotesi di incompetenza per difetto del giudice. Si è conseguentemente affermato – e questa è Cassazione Sezione V dell’11 giugno 2013 – che la delimitazione imposta dalla norma ai casi di possibili riesame della competenza, confinandolo nell’ipotesi in cui dalla diversa qualificazione del fatto derivi la competenza del giudice superiore, implicitamente ma chiaramente, porta a escludere che nel corso del processo possa essere nuovamente posta in discussione la competenza territoriale, relativamente alla quale il conflitto può sorgere soltanto fra giudici pari ordinati. Ancora: si è detto che, in assenza di fatti nuovi, la declaratoria di incompetenza del giudice individuato dalla Corte di Cassazione, si atteggia alla stregua di un provvedimento illegittimo (Cassazione 1511/2007).
Si osserva, allora, che non è stato introdotto dagli eccepenti alcun nuovo elemento che induca a riesaminare la determinazione della competenza, siccome stabilita con la sentenza 15537 del 7 dicembre 2017. Il capo d’imputazione è rimasto invariato rispetto a quello valutato dalla Corte di Cassazione per radicare la competenza per territorio a Vicenza, e la comunicazione ICAAP su cui si incentra l’eccezione faceva pacificamente già parte, per stessa ammissione delle Difese, del patrimonio investigativo e probatorio acquisito a quella data, sicché le risultanze delle indagini non sono mutate rispetto a quelle valutate in occasione del conflitto. In ogni caso, l’argomento addotto dalle Difese è ininfluente perché, da un lato, non comporterebbe comunque una diversa definizione giuridica del fatto, configurandosi unicamente nelle stesse tesi difensive come diversa tipologia delle medesime condotte in contestazione; dall’altro, perché il giudice indicato come competente, cioè il Tribunale di Roma, non può essere qualificato come giudice superiore rispetto al Tribunale di Vicenza.
L’eccezione, in applicazione del principio della irretrattabilità del foro commissorio, è dunque inammissibile.
Nel merito valgono, comunque, alcune considerazioni. È principio consolidato nella giurisprudenza di legittimità, ribadito anche nella sentenza 15537/2017 più volte citata, il principio quello per cui ai fini della determinazione della competenza deve aversi riguardo esclusivamente la contestazione formulata dal Pubblico Ministero, quindi al fatto per come articolato nell’imputazione. Il riferimento che si rinviene in alcune pronunce alla possibilità di un sindacato del giudice sulla contestazione, laddove emergano nella stessa rilevanti errori macroscopici e immediatamente percepibili, va riferito al perimetro ordinario della valutazione sulla competenza, che è quello delle indicazioni descrittive e formali dell’imputazione, come cristallizzata nell’atto d’impulso del giudizio, anche con riferimento – per il rilievo ai fini della competenza territoriale – al luogo di consumazione del reato. L’errore macroscopico, che può essere rilevato dal giudice attraverso l’esame degli atti d’indagine, ma per il giudice del dibattimento solo gli atti allegati dalle parti ex articolo 187 c.p.p., va inteso, quindi, rispetto alla contestazione contenuta nell’imputazione e non rispetto agli atti d’indagine e non può mai risolversi in un veicolo per inserire nell’articolazione dell’imputazione condotte non contestate, giacché la formulazione dell’imputazione resta prerogativa del Pubblico Ministero. In altri termini, il vaglio devoluto al giudice ai fini della valutazione sulla competenza attraverso la cognizione degli atti d’indagine è quello di conformità della contestazione del fatto alla vagliata storicità dello stesso. Con riferimento alla condotta nelle sue componenti di azione, evento e nesso causale, così come descritto in imputazione, senza mai potersi tradurre in una surrettizia sostituzione del Pubblico Ministero, se non modificare al di fuori degli istituti processuali degli articoli 116 e seguenti l’accusa contestata, dovendo la valutazione rimanere rigorosamente circoscritta a quanto è oggetto di contestazione per l’appunto in fatto (e qui citiamo le Sezioni Unite 18621/2016). Il controllo che spetta, cioè, al giudice a tali fini resta ancorato alla contestazione e il principio del giudice naturale precostituito per legge all’operazione del processo penale è tutelato rispetto a quello specifico fatto-reato descritto in imputazione e non rispetto a fatti diversi e ulteriori, che non sono oggetto di contestazione. Anche nella sentenza 12728/2019, dove pure la Corte di Cassazione ha deciso sulla competenza con riferimento a un titolo di reato, il 609-bis c.p., limitato temporalmente dal P.M. mediante una selezione di condotte, la valutazione è rimasta strettamente ancorata al capo d’imputazione e motivata dal fatto che, a prescindere dal nomen iuris, risultavano descritte in contestazione condotte di violenza a carattere sessuale inquadrabili nell’articolo 609-bis, che portavano a spostare la competenza per territorio, ma sempre sulla base di fatti ritenuti contestati all’imputato, seppur diversamente qualificati, e non a fatti diversi e ulteriori non oggetto di imputazione. Nel caso di specie, come il nostro, non è in contestazione che la verifica ispettiva nel cui ambito sarebbe stato commesso in ipotesi accusatoria il reato di cui all’articolo 2638 è stata svolta a Vicenza. L’errore macroscopico, secondo la prospettazione difensiva, non si insedierebbe nell’aver indicato essere avvenuta a Vicenza la verifica ispettiva, che sulla base della storicità del fatto risultante dalle indagini risulti avvenuta altrove, ma nell’aver il Pubblico Ministero omesso di inserire tra le condotte penalmente rilevanti, selezionate ai fini della contestazione, la comunicazione ICAAP inviata nell’aprile 2012 all’Autorità di Vigilanza a Roma. Solo se posta nei primi termini, la valutazione dell’eccezione rientrerebbe nel perimetro del sindacato del giudice, a tali fini delineato dalla Suprema Corte, così come prospettata, risulta invece esularne perché del tutto disancorata dalla contestazione formulata dal Pubblico Ministero. Il capo B1 d’imputazione fa, infatti, riferimento unicamente a condotte di ostacolo alla funzione di vigilanza ispettiva verificatasi nel corso dell’ispezione eseguita a Vicenza. Al fine di ostacolare l’esercizio delle funzioni della Banca d’Italia durante l’attività ispettiva compiuta presso la sede sociale, in Vicenza dal 28 maggio al 12 ottobre 2012, così dice il capo d’imputazione, e non menziona in alcun modo non solo la comunicazione ICAAP, ma nemmeno comunicazioni antecedenti e diverse da quelle avvenute nell’interlocuzione tra la Banca e l’Autorità di Vigilanza nel corso dell’attività ispettiva svolta a Vicenza. La modifica o integrazione dell’imputazione nei termini indicati dalle Difese, a prescindere dalla qualificazione di tale condotta come fatto nuovo o fatto diverso, si tradurrebbe in un subentro del giudice nelle prerogative del Pubblico Ministero in punto di valutazione delle risultanze investigative e individuazione delle condotte penalmente rilevanti e per cui esercitare l’azione penale, non supportato da alcun istituto processuale. Nel vigente sistema processuale, infatti, il Pubblico Ministero detiene il ruolo di dominus esclusivo dell’azione penale, con la conseguenza che il Giudice del dibattimento non può esercitare alcun sindacato preventivo sulla contestazione. Si tratta di un’affermazione ripetutamente sancita dalla Suprema Corte in punto di contestazioni suppletive ed espressione di un principio generale sui limiti del sindacato del giudice sulla contestazione coerente con l’impostazione di sistema, nella quale si inserisce anche il delineato perimetro di valutazione del giudice sulla competenza, che rinvia, per quanto riguarda il sindacato del Giudice del dibattimento, alla sola fase conclusiva del giudizio (articolo 521), le valutazioni sulla consistenza e completezza dell’accusa. Né potrebbe essere diversamente. Accedere all’impostazione difensiva implicherebbe, da parte del Tribunale, una valutazione di merito sul contenuto e sulla valenza della comunicazione ICAAP in una fase, quella preliminare al dibattimento, in cui un simile giudizio è assolutamente precluso; mentre il legislatore ha volutamente posticipato tale giudizio all’esito del dibattimento, con la previsione di uno strumento processuale specifico, il 521, comma 2, idoneo a creare una preclusione processuale che consenta poi incoerente e consequenziale sviluppo del procedimento

P.Q.M. il Tribunale dichiara inammissibile l’eccezione di incompetenza per territorio e rigetta tutte le altre eccezioni proposte“.

Categorie:Banche Venete

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