Pubblicata la Relazione del Ministero della Salute sull’alcool e sui problemi alcool correlati

L’art. 8 della legge 30.3.2001 n. 125 dispone che il Ministro della Salute trasmetta al Parlamento una relazione annuale sugli interventi realizzati ai sensi dell’art. 9 comma 2 della legge medesima.
La Relazione illustra il quadro epidemiologico che descrive il fenomeno correlato al consumo di bevande alcoliche nel nostro Paese aggiornato al 2017, i modelli di trattamento per l’alcoldipendenza e la capacità di assistenza dei Servizi alcologici con le eventuali criticità emerse, ed inoltre illustra gli interventi e le iniziative intraprese dal Ministero della Salute nell’anno 2018.

I MODELLI DI CONSUMO DEI GIOVANI

Nel 2017, il 51,5% dei ragazzi e il 45,6% delle ragazze di età compresa tra 11 e 24 anni ha consumato almeno una bevanda alcolica nel corso dell’anno; per entrambi i generi si rileva una diminuzione della prevalenza rispetto all’anno 2007 ma rispetto all’anno precedente si osserva un aumento delle prevalenze. Nella fascia di età 11-24 anni è soprattutto diffusa la consuetudine di bere alcolici fuori dai pasti, con una frequenza di almeno una volta a settimana, ciò indica un comportamento nel consumo di alcol adottato in modo abituale e potenzialmente a rischio. Pertanto, possiamo considerare il consumo di alcol tra i giovani, a tutt’oggi, una criticità che suggerisce di mantenere alta l’attenzione su questa fascia di popolazione.
I comportamenti a rischio sul consumo di alcol nella popolazione giovanile sono particolarmente diffusi nella fascia di età compresa tra i 18 e i 24 anni. Il fenomeno è comunque differenziato per genere, tra i ragazzi è circa il doppio rispetto alle ragazze.
Nel 2016 il consumo abituale eccedentario, nella classe di età 18-24 anni era l’1,6%, di cui il 2% maschi e l’1,3% femmine.
Nel 2017 il consumo abituale eccedentario nella stessa classe di età è stato l’1,9%, di cui il 2,7% maschi e l’1,2% femmine.
Tra i comportamenti a rischio nel consumo di bevande alcoliche tra i giovani il binge drinking rappresenta l’abitudine più diffusa e consolidata.
Nel 2016 il fenomeno del binge drinking riguardava il 17% dei giovani tra i 18 ed i 24 anni di età, di questi il 21,8% erano maschi e l’11,7% erano femmine.
Nel 2017 il fenomeno del binge drinking ha riguardato il 17% dei giovani tra i 18 ed i 24 anni di età, di questi il 22,3% maschi e l’11,5% femmine.

L’abitudine da parte dei genitori ad avere almeno un tipo di comportamento a rischio nel consumo di bevande alcoliche sembra influenzare il comportamento dei figli. Infatti, il 29,5% dei ragazzi di 11- 24 anni che vivono in famiglie dove entrambi i genitori adottano comportamenti a rischio nel consumo di alcol ha abitudini non moderate nel bere alcolici, mentre tale quota scende al 16,4% tra i giovani con genitori che non bevono o consumano alcolici in maniera moderata.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda la totale astensione dal consumo di alcol fino ai 15 anni, in Italia con la Legge 8.11.2012 n.189 vige il divieto di somministrazione e vendita di bevande alcoliche ai minori di 18 anni, da ciò si deduce che i giovani di età inferiore ai 18 anni che consumano anche una sola bevanda alcolica durante l’anno presentano un comportamento a rischio nel consumo di alcol.
E’ assolutamente rilevante il fatto che nella fascia di età 11-17 anni il 18,4% abbia almeno un comportamento a rischio (21,7% maschi e 14,6% femmine), valore che dovrebbe tendere allo zero. Inoltre risulta particolarmente critico il quadro dei comportamenti a rischio tra i ragazzi di 16- 17 anni, infatti già a questa età il binge drinking raggiunge con il valore del 6,9% livelli quasi equivalenti a quelli medi della popolazione (v.m.7,4%).
Tra i giovani di 18-24 anni e tra i giovanissimi di 11-17 anni è più frequente, rispetto alle altre fasce di età, l’abitudine ad effettuare l’ultimo episodio di binge drinking in discoteca o night (18-24 anni 31,3%, 11-17 anni 26,6%). In queste classi di età, se si considera soltanto chi frequenta assiduamente (più di 12 volte nell’anno) le discoteche, la quota di quanti dichiarano l’ultimo episodio in discoteca o night arriva al 50%.
Tra le bevande preferite dai giovani vi è la birra soprattutto tra i ragazzi seguita da aperitivi alcolici (alcolpops) e tra le ragazze gli aperitivi alcolici (alcolpops) seguiti dalla birra.

I MODELLI DI CONSUMO DEGLI ANZIANI
Nella fascia di popolazione anziana è ormai consolidata l’abitudine a consumare bevande alcoliche soprattutto durante i pasti, questo fenomeno è da sempre parte della tradizione italiana. Con l’avanzare dell’età, tuttavia, troppo spesso non si tiene in considerazione che il fisico risponde diversamente rispetto alla tossicità dell’alcol e che i cambiamenti sopraggiunti nell’organismo dopo i 65 anni rendono le persone ancora più vulnerabili perché si riduce la capacità di metabolizzare (digerire) l’alcol, si riduce la quantità di acqua presente nell’organismo e di conseguenza si ha una minore capacità di diluire l’alcol e tollerarne gli effetti, inoltre spesso si assumono farmaci.
Per ridurre il rischio per la salute degli ultra 65enni, è importante rispettare ciò che suggeriscono i LARN, le linee guida nutrizionali, il Ministero della Salute, l’Istituto Superiore di Sanità, la Società Italiana di Alcologia e cioè di non superare il limite giornaliero di consumo pari a 1 UA (12 grammi di alcol) senza distinzioni tra uomini e donne in stato di buona salute.
Nel 2017 il 61,2% delle persone di 65 anni e più ha consumato almeno una bevanda alcolica con una marcata differenza di genere (M: 80,6%; F: 46,2%). La prevalenza dei consumatori ultra 65enni nel 2017 è stata più elevata per il vino (M: 76,4%; F: 40,6%) e doppia rispetto alla prevalenza dei consumatori di birra (M: 47,1%; F: 16,0%) per entrambi i sessi; valori molto più bassi sono stati calcolati per il 2017 per le prevalenze dei consumatori di amari (M: 30,9%; F: 9,9%), di aperitivi alcolici (M: 23,9%; F: 8,7%) e i superalcolici (M: 24,8%; F: 7,5%).
Nel corso degli ultimi anni, sia tra gli uomini che tra le donne si sono registrate delle oscillazioni dei valori di prevalenza dei consumatori delle bevande alcoliche che tuttavia non hanno mai evidenziato variazioni significative degli andamenti nel tempo.
In totale si stima che nell’anno 2017 sono stati 2.737.000 le persone di 65 anni e più che hanno adottato almeno un comportamento di consumo a rischio per la loro salute di cui 2.112.000 uomini e 626.000 donne, pari al 36,4% e 8,3% rispettivamente.
Il comportamento a rischio più diffuso tra gli anziani è il consumo abituale eccedentario, verosimilmente in virtù della mancata conoscenza da parte delle persone dei limiti da non superare per non incorrere in problemi con la salute; la prevalenza dei consumatori abituali eccedentari nel 2017 è stata pari al 35,1% degli uomini e il 7,9% delle donne. Hanno inoltre dichiarato di aver bevuto alcolici lontano dai pasti il 27,4% degli uomini e il 7,3% delle donne.
Per quasi tutti gli indicatori di rischio si registrano aumenti significativi rispetto alla precedente rilevazione, in modo particolare per quanto riguarda il consumo di aperitivi alcolici, amari e superalcolici, specialmente tra le donne.

L’ALCOL NELLE LINEE GUIDA

Le bevande alcoliche, soprattutto il vino, sono un prodotto largamente utilizzato nel nostro Paese e il loro consumo è parte integrante della cultura e della tradizione italiana. Da qui la necessità di inserirle in un documento di salute pubblica come le linee guida per una sana alimentazione italiana.

Le raccomandazioni sul consumo di bevande alcoliche in molti Paesi, ancor prima del nostro Paese, hanno adottato un criterio rivolto alla prudenza.
Infatti, nei documenti di consenso, nelle Linee Guida più moderne non si usano più termini come “consumo moderato”, “consumo consapevole”, o simili, che potrebbero indurre il consumatore in una certa indulgenza nel bere alcolici, ma si parla di consumi a basso rischio, specificando che se non si consumano bevande alcoliche, di qualsiasi tipo esse siano è senza dubbio meglio.
In questo modo si esprime il Codice europeo contro il cancro, il documento frutto di un’iniziativa della Commissione europea e diretto all’informazione dei cittadini sulle azioni sa intraprendere per diminuire il rischio di cancro e così si esprimono le linee guida di diversi Paesi, nelle quali ormai il consumo moderato di bevande alcoliche viene definito a basso rischio.
Secondo le principali Agenzie Internazionali di salute pubblica, l’alcol è una sostanza tossica e cancerogena, tanto che la IARC (International Agency for Research on Cancer) lo classifica nel gruppo 1 (sicuramente cancerogeno per l’uomo).
Il suo consumo prolungato e cronico è associato quindi ad aumentato rischio di cancro e non è possibile stabilire una quantità assolutamente sicura. Senza contare che può indurre assuefazione, dipendenza, alterazioni comportamentali.
Ciò a sottolineare che quando si tratta di bevande alcoliche, non può esistere un rischio pari a zero e qualsiasi modalità di consumo comporterà un rischio, tanto più elevato quanto maggiore sarà la quantità di alcol consumata.
Per questo motivo le nuove indicazioni italiane definiscono a basso rischio un consumo di 2 unità alcoliche per l’uomo adulto e 1 per donne adulte e anziani di entrambi i sessi, corrispondenti rispettivamente a 24 e 12 grammi di alcol.
Oltre ad un aumentato rischio di cancro, anche per consumi molto bassi come quelli rappresentati da un bicchiere al giorno, da tenere presente nelle Linee Guida per una sana alimentazione gli effetti sull’apporto calorico delle bevande alcoliche. In generale nel mondo occidentale e nello specifico in Italia, le migliorate condizioni sociali hanno portato ad un costante aumento della sedentarietà con conseguente consistente diminuzione del fabbisogno energetico giornaliero.
Ogni unità alcolica consumata apporta mediamente 70 kcal, prive di qualsiasi contenuto nutritivo se non il potere calorico, di cui bisogna tenere conto, anche in vista del crescente aumento di eccedenza ponderale. L’apporto energetico di un’unità alcolica infatti si andrà ad aggiungere ad un apporto calorico complessivo già tendenzialmente maggiore del fabbisogno, come testimonia il fatto che un uomo di due e una donna su tre sono, nel nostro Paese, in eccedenza ponderale, oppure andrà a sostituire le calorie apportate da alimenti importanti per lo stato complessivo di nutrizione. Particolare attenzione deve essere quindi posta non solo per i rischi di varie patologie, ma anche per quelli legati all’aumento di peso.

CONSUMATORI A RISCHIO
Le analisi dell’Istituto Superiore di Sanità

Il consumo di alcol è considerato il quinto principale fattore di rischio per il carico di malattia globale nel 2010 ed è anche il più importante fattore di rischio nella popolazione di età 15-49 anni; è responsabile di circa 3,3 milioni di decessi ogni anno e del 5,1% di anni di vita persi al netto della disabilità in tutto il mondo.
Le conseguenze negative del consumo di alcol sulla salute sono molteplici. Più di 30 categorie della Classificazione Internazionale delle Malattie e dei problemi sanitari correlati, 10ª revisione (ICD-10) riguardano condizioni totalmente alcol-attribuibili, inclusi i disturbi dovuti al consumo di alcol, le psicosi alcoliche e le gastriti alcoliche. L’alcol è inoltre causa di oltre 200 malattie che includono il cancro, le malattie cardiovascolari e le disfunzioni metaboliche e sebbene ci siano alcune evidenze di effetti protettivi del consumo sporadico di piccole quantità di alcol sulle cardiopatie coronariche, ictus ischemico e diabete, gli effetti nocivi dell’alcol risultano comunque preponderanti. I danni alcol-correlati infine non coinvolgono i soli consumatori. Molte sono le conseguenze del consumo di alcol che hanno effetti sulle famiglie e sulla comunità in generale a causa del deterioramento delle relazioni personali e di lavoro, dei comportamenti criminali (ad esempio vandalismo e violenza), della perdita di produttività e dei costi a carico dell’assistenza sanitaria.
Le linee guida per una sana alimentazione rappresentano in tutti i Paesi un importante strumento alla base di strategie nazionali ed europee sanitarie e alimentari, con la finalità di promuovere la salute pubblica. A livello internazionale sono state pubblicate nel rapporto Good practice principles for low risk drinking guidelines.
Le linee guida, che in Italia rispecchiano quanto riportato nei LARN (Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti ed energia), ribadiscono la necessità di non superare mai le quantità di alcol definite a minor rischio (lower-risk drinking). In questa ottica, è necessario monitorare oltre al consumo abituale eccedentario sopra definito, anche tutti quei comportamenti occasionali che possono causare un danno immediato alla salute come il consumo lontano dai pasti o il binge drinking (assunzione in un’unica occasione di consumo di elevate quantità di alcol pari mediamente a 60 grammi di alcol, 5-6 Unità Alcoliche, UA; una UA equivale a 12 grammi di alcol puro).

L’ALCOLDIPENDENZA

La stima puntuale del numero di alcoldipendenti presenti nel nostro Paese ha finora presentato difficoltà di vario tipo e non esistono ancora dati ufficiali in merito.
Per una valutazione del fenomeno è comunque utile tener conto, fra gli altri elementi, del numero di alcoldipendenti in trattamento nell’ambito dei servizi alcologici pubblici nonché del numero dei soggetti e delle famiglie che frequentano a scopo riabilitativo i gruppi di auto-mutuo aiuto o le associazioni no profit che operano in collaborazione con gli stessi servizi pubblici o in maniera autonoma.

Gli alcolisti nei servizi pubblici
Nel 2017 sono stati presi in carico presso i servizi o gruppi di lavoro rilevati (n=495) 67.975 soggetti. Il 27,1% dell’utenza complessiva è rappresentato da utenti nuovi; la quota restante da soggetti già in carico dagli anni precedenti o rientrati nel corso dell’anno dopo aver sospeso un trattamento precedente.
Il rapporto M/F è pari a 3,5 per il totale degli utenti. A livello regionale questa maggiore presenza maschile risulta più evidente al centro-sud sia per il totale degli utenti che distinguendo gli utenti per tipologia (nuovi e già in carico o rientrati).
L’analisi per età evidenzia che la classe modale è 40-49 anni (circa il 30% dei soggetti), sia per l’utenza totale che per le due categorie dei nuovi e vecchi utenti. Il 75,1% dell’utenza ha un’età compresa tra i 30 e i 59 anni, mentre i giovani al di sotto dei 30 anni rappresentano il 7,5% dei soggetti trattati; non trascurabile è la quota degli individui di 60 anni e oltre pari al 17,4%.
Come atteso, i nuovi utenti sono più giovani degli utenti già in carico o rientrati: nel 2017 si osserva che il 13,2% dei nuovi utenti ha meno di 30 anni mentre per i più vecchi questa percentuale è pari al 5,4%; viceversa gli ultracinquantenni sono il 37,3% per i nuovi utenti e il 48,6% per quelli già in carico.
Analizzando distintamente i due sessi si nota che l’utenza femminile è relativamente più anziana di quella maschile (presumibilmente anche per effetto della struttura per età della popolazione generale): il 25,5% degli utenti maschi ha meno di 40 anni rispetto al valore analogo di 20,3% delle femmine mentre gli ultracinquantenni sono pari al 44,4% nei maschi e al 49,7% nelle femmine.
La bevanda alcolica maggiormente consumata è il vino (48,1%), seguito dalla birra (27,1%), dai superalcolici (10,3%) e dagli aperitivi, amari e digestivi (5,5%). La distribuzione degli utenti per tipo di bevanda alcolica di uso prevalente è molto variabile regionalmente: il vino è utilizzato in genere più frequentemente al nord mentre la birra e i superalcolici al sud.
Analizzando i programmi di trattamento si osserva che nel 2017 il 30,1% degli utenti è stato sottoposto a trattamenti medico-farmacologici in regime ambulatoriale, il 24,7% al “counseling” rivolto all’utente o alla famiglia, il 4,8% è stato inserito in gruppi di auto/mutuo aiuto; per il 16,3% si è scelto un trattamento socio-riabilitativo, mentre l’inserimento in comunità di carattere residenziale o semiresidenziale ha riguardato solo il 2,9% degli alcoldipendenti; i trattamenti psicoterapeutici sono stati attivati per il 12,8% degli utenti. Il ricovero ha riguardato il 4,3% del totale degli utenti rilevati (2,6% in istituti pubblici, 1,7% in case di cura private convenzionate); in entrambi i casi la causa principale di ricovero è rappresentata dalla sindrome di dipendenza da alcol.

LA MORBILITA’ E LA MORTALITA’ ALCOL CORRELATE

La Comunità Scientifica Internazionale ha dimostrato ampiamente che sia il consumo regolare e continuativo di alcol che quello occasionale in quantità eccessive (binge drinking) possono causare problemi di salute o aggravarli ed accrescere il rischio di danni per chi beve e per altre persone. L’uso continuativo di alcol in quantità eccessive produce inoltre effetti simili a quelli di altre sostanze psicotrope illegali, con induzione di dipendenza fisica e psichica, assuefazione, craving, compulsività ed altri disturbi del comportamento, provocando danni particolarmente rilevanti anche a livello sociale.
L’alcol è la causa principale di molte malattie considerate totalmente alcol correlate, fra cui in particolare la cirrosi epatica alcolica; ma anche causa concomitante di varie altre patologie vascolari, gastroenterologiche, neuropsichiatriche, immunologiche e dell’apparato scheletrico, di infertilità e problemi prenatali, di cancro, ivi compreso il cancro della mammella; nonché di altri gravi eventi quali incidenti stradali, omicidi, suicidi, incidenti vari.
L’uso dannoso di alcol e i relativi problemi di salute pubblica sono influenzati dai livelli e dai modelli di consumo alcolico. Si è constatato che l’aumento del consumo complessivo di alcol in una determinata popolazione si associa ad un aumento della prevalenza di disturbi da uso di alcol e di modelli di consumo dannosi; mentre, d’altra parte, la riduzione della prevalenza dei forti bevitori in una data popolazione si correla a una riduzione del consumo di alcol complessivo.

La Regione Europea dell’OMS continua a presentare la percentuale più alta di decessi attribuibili all’alcol, ciò non sorprende se consideriamo che è anche la Regione dell’OMS con i consumi di alcol più elevati. Tuttavia occorre specificare che i valori più elevati sia per i consumi di alcol che per i decessi attribuiti all’alcol si registrano soprattutto nei Paesi dell’Europa Orientale, mentre tra i Paesi della Regione europea aderenti all’OMS l’Italia occupa una delle posizioni più basse nella graduatoria delle percentuali di mortalità alcol correlata rispetto alla mortalità totale.
Le percentuali più elevate di morti attribuite all’alcol, nel mondo, sono causate da patologie cardiovascolari, seguite da infortuni, patologie gastrointestinali (soprattutto cirrosi epatica) e tumori. Il Piano di azione per la prevenzione e il controllo delle malattie non trasmissibili avviato dall’OMS per gli anni 2013-2020 conferma la necessità di ridurre l’impatto delle malattie alcol attribuibili, che costituiscono una priorità di sanità pubblica a livello globale.

MORTALITÀ PER DECESSI TOTALMENTE ALCOL-ATTRIBUIBILI LE STIME DELL’ISTITUTO SUPERIORE DI SANITA’

Si definiscono “morti totalmente alcol-attribuibili” quei decessi che, in accordo con la International Classification of Disease (ICD10), sono causati da patologie totalmente determinate dal consumo di alcol: Sindromi psicotiche indotte da alcol (ICD10: F10), Polineuropatia alcolica (ICD10: G62.1), Cardiomiopatia alcolica (ICD10:I42.6), Gastrite alcolica (ICD10: K29.2), Epatopatie alcoliche (ICD10: K70), Effetti tossici dell’alcol (ICD10: T51.0, T51.1), Degenerazione del sistema nervoso dovuta all’alcol (ICD10: G31.2), Pancreatite cronica indotta da alcol (ICD10: K86.0). Nella lista delle patologie totalmente alcol-attribuibili sono incluse anche “Miopatia alcolica (ICD10: G72.1)” e “Eccessivo livello ematico di alcol (ICD10: R78)”, ma queste due patologie non sono incluse nelle analisi di mortalità perché non sono causa di decesso.
Le informazioni qui presentate si basano su dati di fonte ISAT elaborati dall’ONA-ISS e dal Servizio Tecnico Scientifico di Statistica dell’ISS. Il dato più recente si riferisce ai decessi avvenuti in Italia nel 2015; le analisi includono tutti i residenti in Italia (sia cittadini italiani che stranieri) ma non includono i soggetti temporaneamente presenti sul territorio del Paese. Al fine di consentire confronti spazio-temporali corretti e non influenzati dalla diversa struttura per età della popolazione, i tassi sono stati standardizzati utilizzando come riferimento la popolazione Italiana al Censimento 2011.
Poiché la mortalità totalmente alcol-attribuibile non riguarda le fasce di età infantili, le elaborazioni qui presentate si riferiscono alla popolazione di 15 anni e più.

Mortalità totalmente alcol-attribuibile per età e genere
Nell’anno 2015 il numero di decessi di persone di età superiore a 15 anni per patologie totalmente alcol-attribuibili è stato pari a 1.240, di cui 1016 (81,9%) uomini e 224 donne (18,1%); queste percentuali corrispondono a circa 38 decessi per milione di abitanti tra gli uomini e quasi 1 decesso per milione tra le donne.
Le due patologie che causano il numero maggiore di decessi, sia tra gli uomini che tra le donne, sono le epatopatie alcoliche (M=766; F=166) e sindromi psicotiche indotte da alcol (M=174; F=45) che, nel complesso, causano il 92,4% dei decessi alcol-attribuibili tra gli uomini e il 94,2% tra le donne. Nel 2015, il tasso standardizzato di mortalità, nella popolazione di 15 anni e più, per le patologie totalmente causate dal consumo di alcol è stato pari a 4,06 per 100.000 abitanti per gli uomini e 0,78 per le donne; con un lieve incremento rispetto all’anno precedente sia per il genere maschile che per il genere femminile (Figura I.10).
La mortalità alcol-attribuibile è più elevata nella popolazione di età più avanzata sia per gli uomini che per le donne; infatti, tra la popolazione di 55 anni e più il tasso di mortalità standardizzato assume il valore di 7,59 per 100.000 abitanti e di 1.32 per 100.000 rispettivamente per i due generi.

Fonte: Ministero della Salute

Categorie:Consumatori, Generale

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