Infezione invasiva da Mycobacterium chimaera: il punto del Ministero della Salute

Dopo i recenti casi di cronaca del cosiddetto “batterio killer”, il Ministero della Salute rende noto che “il Mycobacterium chimaera è un batterio identificato per la prima volta nel 2004, diffuso in natura, presente soprattutto nell’acqua potabile e generalmente non pericoloso per la salute umana. Casi invasivi di M. chimaera sono stati riscontrati in Europa, e non solo, e sono stati associati all’utilizzo di dispositivi di raffreddamento/riscaldamento (Heater-Cooler Devices, HCD) necessari a regolare la temperatura del sangue in circolazione extra corporea durante interventi cardiochirurgici, per lo più per contaminazione dei pazienti tramite aerosol proveniente dall’acqua delle taniche dei dispositivi. La prima identificazione di un caso di infezione associato a questo tipo di dispositivo risale al 2014, anche se attraverso indagini retrospettive è stato possibile riconoscere anche casi verificatisi precedentemente, a partire dal 2011. Il periodo di incubazione dopo l’esposizione al M. chimaera risulta lungo, con una mediana di 17 mesi (range 3-72 mesi). Segni e sintomi sono generalmente aspecifici e comprendono affaticamento, febbre e perdita di peso. Non esiste una terapia stabilita e il tasso di mortalità è circa del 50%”.

Le modalità di contagio vengono così descritte: “il Mycobacterium chimerae è responsabile di infezioni associate a interventi di cardiochirurgia a cuore aperto con esposizione a generatori termici in sala operatoria (heater cooler devices, che servono a regolare la temperatura del sangue durante questo tipo di interventi).
Si tratta di contaminazione ambientale con il batterio in sala operatoria e sul campo chirurgico. Sono stati segnalati 100 casi a livello mondiale con una letalità del 50%.
Il rischio di contrarre la malattia è considerato sostanzialmente basso (1 su 10000 pazienti) secondo il Public Health England.
È stata costituita una Task Force Europea al fine di ridurre al massimo i rischi di contaminazione”.

“Gli elementi a nostra disposizione sono ancora insufficienti per parlare di epidemia o di cluster o per escludere una di queste evenienze”, precisa il Ministero. “Non dobbiamo dimenticare, tra l’altro, che il tempo di latenza tra la possibile esposizione e la comparsa dei sintomi è particolarmente lungo, andando dai 18 mesi ai 5 anni, rendendo complessa l’identificazione di una comune fonte di esposizione tra i casi.
Sicuramente è necessario che le regioni, che hanno la responsabilità dell’assistenza dei pazienti e a cui abbiamo chiesto, da tempo, i dati su eventuali casi, li condividano quanto prima con il Ministero per metterci nelle condizioni di effettuare un’analisi della situazione nel nostro Paese, valutare e quantificare l’eventuale rischio epidemiologico, elaborare, se opportuno, specifiche raccomandazioni”.

Categorie:Generale

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