Le operazioni Santorini e Alexandria

Tratto dai lavori della Commissione d’Inchiesta istituita dalla Regione Toscana “In merito alla Fondazione Monte dei Paschi di Siena e alla Banca Monte dei Paschi di Siena. I rapporti con la Regione Toscana” (Relazione approvata da M5S-LN-SI)

SANTORINI
Nel 2002 il Monte dei Paschi di Siena vendette a Deutsche Bank il 4,99% di San Paolo Imi per 785 milioni, un prezzo del 35% inferiore a quanto pagato dall’Istituto senese dal quale derivò una perdita netta di 425 milioni. Le azioni oggetto della compravendita furono collocate dalla banca tedesca in una società finanziaria registrata in Scozia cui Deutsche Bank mise 342 milioni per una partecipazione pari al 51% del capitale sociale. La restante parte fu messa proprio da Monte dei Paschi di Siena, che con 329 milioni di capitalizzazione aveva quindi il 49% di Santorini. L’obiettivo identificato da molti analisti per questa società era “proteggere Deutsche Bank dalle eventuali perdite sui titoli San Paolo”. Un obiettivo che rende difficilmente comprensibile la scelta del CdA di MPS: se infatti l’istituto senese aveva venduto i titoli San Paolo Imi proprio per evitare il rischio di perdite dovute alle oscillazioni di queste azioni – costanti e misurate per tutto l’anno 2002 con solo un 8,5% di minimo ribasso a luglio – con l’operazione Santorini di fatto si riassumeva tale rischio per via indiretta.
L’aspetto è ancora più curioso, leggendo le fonti analitiche in possesso della Commissione, se si considera che MPS rimase unico proprietario di Santorini nel 2006.
I contratti derivati sul quale si reggeva Santorini furono modificati nel luglio 2009, febbraio 2010 e gennaio 2011. La prima modifica fu necessaria a seguito del crollo delle azioni Intesa San Paolo – nuovo nome delle azioni San Paolo Imi dopo l’unione tra quest’ultima e Banca Intesa – perché in conseguenza di tale svalutazione Santorini doveva pagare ben 362 milioni a Deutsche Bank, socio fondatore nel frattempo uscito da due anni dalla società. Per cogliere l’entità della perdita basti pensare che Santorini era messa a bilancio da MPS per 329 milioni, quindi il contratto che regolava questa società partecipata al 100% dall’istituto senese stava di fatto facendo perdere a quest’ultimo più del capitale che vi aveva messo. Per evitare questa conseguenza indesiderabile fu creata una nuova operazione attraverso la quale Deutsche Bank pagò 364 milioni a Santorini, ripianando di fatto il debito e comportando una svalutazione della società di soli 26 milioni. Questa operazione ha consentito a Monte dei Paschi di Siena di chiudere il bilancio con un utile netto di 922, una parte cospicua del quale fu riversato alla Fondazione Monte dei Paschi di Siena per consentire le consuete elargizioni ad enti pubblici e privato sociale. Tuttavia per raggiungere questo risultato l’istituto senese di fatto si accollò rischi di perdite ben superiori e soprattutto commissioni molto alte per Deutsche Bank. Infatti MPS vendette alla banca tedesca un’assicurazione fino al 2031 contro le perdite che potevano arrivare da 2 miliardi di euro di Btp comprati dallo stesso Monte dei Paschi di Siena. Ad ogni diminuzione del valore dei Btp MPS si impegna a versare a Deutsche Bank i soldi della perdita in un deposito presso quest’ultima, remunerato a tasso di interesse vicino allo zero. In altre parole Deutsche Bank, con l’operazione, “raccoglie denaro da MPS quasi a costo zero” e quando nel 2011 la crisi del debito pubblico italiano provocò il crollo delle quotazioni di Btp, il Monte dei Paschi di Siena trasferì alla banca tedesca quasi 1 miliardo di euro.
ALEXANDRIA
L’operazione Alexandria nasce a fine 2005, sotto la Presidenza MPS di Pierluigi Fabrizi e la Direzione Generale di Emilio Tonini. Predisposta da Dresdner Bank di Londra per MPS, fu gestita principalmente dal capo dell’Area Finanza, Gianluca Baldassarri. Monte dei Paschi doveva prestare per 7 anni 400 milioni di euro alla società Alexandria e ricevere a garanzia 400 milioni di euro di titoli Alexandria capaci di generare interessi. Alla scadenza fissata per il 20 dicembre 2012, Alexandria avrebbe dovuto rimborsare a MPS il debito di 400 milioni.
Secondo il racconto fornito alla Commissione da Roberto Boccanera “Questa operazione fu divisa 160 milioni alla filiale di Londra, 140 alla filiale di New York, 60 mi pare a Francoforte e 40 a Hong Kong […] il rendimento nei confronti del rischio assolutamente non era coerente” (Boccanera, R., audizione 26 maggio 2016).
Alexandria era una società di Dresdner Bank, le cui perdite si scaricavano tutte sui conti di MPS. Mentre le controparti della banca londinese erano due società della stessa banca, secondo il principio del “quello che esce dalla porta rientra dalla finestra”64. Di fatto, nell’operazione Alexandria, MPS fa l’assicuratore ovvero se “qualcosa va storto paga solo Siena”.
“Infatti il valore dei titoli Alexandria, quelli su cui investe Siena, dipende dall’andamento di altri 400 milioni di euro rappresentati da titoli emessi da un’altra società della Dresdner di nome Skylark. Non a caso i titoli Alexandria e Skylark hanno la stessa data di nascita, 15 dicembre 2005, e la stessa data di rimborso, 20 dicembre 2012. Il valore di Skylark che determina quello di Alexandria, dipende a sua volta da due portafogli di obbligazioni. Il primo composto da 38 titoli emessi da società europee garantite da debiti, quali mutui, credito al consumo, prestiti per l’acquisto di auto e così via. Ma non contano niente. Sono solo uno specchietto per le allodole, e d’altra parte Skylark in inglese significa proprio allodola. Quello che determina il valore di Skylark è un secondo portafoglio composto da 200 obbligazioni emesse da società USA, sempre garantite da altri debiti”.
Tecnicamente Alexandria è un Collateralized debt obligation (Cdo) Squared (ovvero “al quadrato”): un prodotto all’apparenza molto redditizio ma estremamente rischioso. Di fatto “grazie ai soldi del Monte, la Dresdner si trova nell’invidiabile situazione di poter scaricare le perdite delle sue società sulla Banca senese”.
L’unica figura apicale in MPS a manifestare dissenso verso l’operazione fu Roberto Boccanera, come raccontato ai magistrati nel corso delle indagini del primo processo sullo scandalo MPS. Alla Commissione Boccanera ha spiegato i suoi motivi.
“Il rendimento nei confronti del rischio assolutamente non era coerente. E chiaramente questo tipo di operazioni è facile, diciamo, per chi non è dentro al sistema, sembrare delle operazioni assolutamente bellissime, con rischio zero, addirittura dotate di rating triplo A, cioè il massimo […] E questa operazione, che rendeva certo un certo livello di spread, quindi un certo tipo di profitto, sebbene potesse sembrare un profitto molto interessante, in realtà rispetto alla rischiosità probabilmente doveva rendere almeno 4 o 5 volte tanto. […] Comicio a fare tutta una serie di richieste di informazioni alla direzione generale e (la risposta fu ndr) […] scusate il romanesco […] “A Boccane’, ma ‘sta operazione la vuoi o non la vuoi?”. Allora io mi ricordo che nella proposta, perché la proposta doveva venire dalle filiali, ci scrissi chiaramente “non sono in grado di giudicare questa operazione, secondo me ci sono degli aspetti che chiaramente non possono essere sviscerati da noi, l’operazione non mi sembra congrua ma siccome è stata fatta dalla direzione generale, la filiale di Londra si prende solo la responsabilità di contabilizzare l’operazione, tutto quello che c’è dietro a noi … ovviamente non possiamo metterci bocca e non sappiamo che cosa c’è dietro. Però fatta quest’operazione fate conto che dopo nemmeno due settimane […] fatte cento lire, diciamo il valore dell’operazione, ne valeva già da 105 a 110, quindi una teorica plusvalenza elevatissima che non aveva senso e infatti da quel momento … però serviva contabilmente evidentemente per coprire qualche cosa. E successivamente poi questa operazione piano piano ha cominciato a scendere drammaticamente fino ad arrivare a valere intorno a 30 per cento, quindi una perdita di 300 milioni di euro. Poteva essere molto superiore questa perdita. […]

Per farvi capire cosa ci potesse essere dietro questa operazione vi dico quello che mi ha detto un banker. Mi ha detto “vedi Roberto se di questa operazione noi – una banca qualsiasi . ne avessimo venduti 5 milioni ad una banca italiana, mi avrebbe chiamato il mio capo, mi avrebbe fatto “pat-pat” sulla spalla e mi avrebbe detto “bravissimo, sei stato veramente bravo, sei un grandissimo venditore; se ne avessi venduti 10 milioni, mi avrebbe chiamato e mi avrebbe detto: “tu quest’anno c’hai un bonus incredibile”; se ne avessi venduti 20 milioni, non mi avrebbe chiamato il mio capo, mi avrebbe chiamato il capo del mio capo e mi avrebbe detto “da domani sei tu il capo!”. Venderne 400 milioni era una cosa che non si è mai vista sul mercato, perché vi posso dire che tecnicamente dietro quei 400 milioni c’erano circa operazioni per 80 miliardi di euro.
E quindi io sono andato a cercare […] ho visto su Bloomberg (il sistema dove ci sono tutte le informazioni ndr) […] mi ci sono voluti 6 mesi, ma alla fine l’ho trovata un’operazione speculare ad Alexandria. Solo che se Alexandria valeva un certo parametro più 80 centesimi, quest’altra valeva un certo parametro più molto di più. E queste erano speculari, […] quest’altra operazione emessa lo stesso giorno con la stessa scadenza, tutto uguale, solamente che ovviamente quest’altra operazione veniva passata tramite un broker e quindi potete immaginarvi come rubare sia semplicissimo. Cioè la domanda è: perché in finanza a Londra tutti vengono pagati tantissimo? Perché si cerca di levare la voglia di rubare, perché rubare è facile. […] Ovviamente ho riportato tutto quanto alla mia direzione […] così il 5 settembre 2007 chiamato per altre informazioni mi è stato detto così dopo 16 anni che stavo a Londra “tu fra 15 giorni vieni via, non sappiamo dove metterti. Tu vieni a Siena, un posto te lo troviamo”. […] L’operazione stava perdendo tanti, tanti soldi e non poteva che essere così e nel 2007 io, oltre ad aver informato tutti i miei superiori, stando a Londra, e secondo la LEgge io ero sotto la giurisdizione di […] FSA (Financial Services Authorities ndr), che è diciamo la teorica “Consob italiana”, in Inghilterra esiste il whistleblowing […] ci sono le authority a cui uno può fare una dichiarazione spontanea coperto dal massimo … diciamo secretata […] io a metà del 2007 ho chiamato la FSA ho detto “c’è qualcosa che non mi quadra sulla mia banca, lo faccio per il bene della mia banca”
Boccanera, R., audizione 26 maggio 2016.
La Commissione ritiene utile ricordare infine a proposito del caso Boccanera, emblema dello scandalo Monte dei Paschi di Siena, che al dirigente era stato del resto già bloccato da MPS l’accesso al portafoglio delle operazioni di AF Desk, controllato dall’Area Finanza di Siena, secondo un principio che l’autorità londinese – FSA – giudicò inaccettabile perché di fatto presentava in territorio britannico il principio di avere una sorta di Banca nella banca. La prima autonoma e gestita da Siena, la seconda controllata dalle autorità inglesi.

ALEXANDRIA RINNOVATA
A seguito dello scandalo sub-prime, il mercato statunitense delle obbligazioni scendono tra il 50 e il 70%, poiché i sottoscrittori identificarono chiaramente un rischio reale di non veder rimborsati tali bond a scadenza. In tale scenario Alexandria, comprata da MPS per 400 milioni, si trovò a valere la metà con la conseguenza per l’istituto senese di dover contabilizzare 200 milioni di perdita in bilancio.
La soluzione trovata da Monte dei Paschi di Siena per scongiurare questo effetto è così raccontata da Mencaroni e Ferrarese
“La migliore soluzione, per evitare di registrare delle perdite, è far arrivare i titoli Alexandria a Siena con la formula del prestito invece che della cessione. “Non si tratta di vendita ma di prestito titoli. Quindi non c’è nessuna perdita o utile. L’operazione è uguale a quelle altre già realizzate” rassicura lo stesso Baldassarri raccomandando di gestirla “contabilmente a mano” perché c’è l’esigenza di documentarla, non come un prestito, ma come un’altra operazione. Una volta che i titoli Alexandria fossero usciti dalle filiali estere con la formula del prestito sarebbe stato possibile pensare a come ristrutturarli. E così il 24 settembre 2009, la banca giapponese Nomura si prende in carico le perdite di Alexandria, che oramai vale meno di 200 milioni, sostituendola con un nuovo prodotto di nome Aphex che però vale 400 milioni. In un solo giorno scompaiono 220 milioni di perdite e nelle filiali estere, alla scadenza del prestito, al posto di Alexandria arrivano i titoli Aphex”
Mencaroni, P., Ferrarese, A., p. 100-101.
A prescindere dalla riflessione della Commissione in merito alla facilità con la quale centinaia di milioni di euro – cifra importante nell’economia reale – vengano “ristrutturate” con tale leggerezza e destrezza nei mercati finanziari da MPS, quanto in realtà accadde in sede di ridefinizione è oggi alla base delle uniche condanne penali finora inflitte al management dell’istituto senese e a fondamento di buona parte della querelle giudiziaria, penale e civile, oggi legata a MPS.
L’area Finanza di MPS, guidata da Baldassarri, ristruttura Alexandria in “Aphex” con la banca giapponese Nomura. Operativamente la questione è gestita per quest’ultima dal manager Raffaele Ricci, lo stesso che aveva costruito l’operazione Alexandria nel 2005 dagli uffici di un’altra banca: Dresdner.
Come già realizzato nella ristrutturazione di “Santorini”, Monte dei Paschi di Siena per evitare 200 milioni di perdita di Alexandria, in scadenza nel 2012 assume un rischio molto più elevato allungando il periodo di riferimento fino al 2034. Tutto ciò tramite un derivato chiamato Long Term Repo87, descrivibile in estrema sintesi come segue:
 Nomura prestò 3,1 miliardi a MPS
 MPS usò questi 3,1 miliardi per comprare dei Btp (Buono del Tesoro Poliennale, titolo di Stato) che rappresentavano la garanzia stessa del prestito secondo un contratto tra le parti
 Alla scadenza del contratto, 1 agosto 2034, MPS si impegnava a riacquistare i Btp da Nomura estinguendo il prestito
 Nel contratto Nomura si assicura una “marginazione” (margine di garanzia) in contanti che MPS le deve in caso di svalutazione dei Btp
 Le due operazioni (ristrutturazione di Alexandria e acquisto, a garanzia, dei Btp 2034) erano collegate tra loro da un “mandate agreement”, ovvero accordo di mandato sottoscritto il 31 luglio 2009
 Quale effetto di tale accordo fino al 2034 MPS avrebbe dovuto versare circa 330 milioni di euro a Nomura, che si sommano agli 88 milioni dei costi legati alla ristrutturazione di Alexandria e agli obblighi del deposito di garanzia (presso Nomura) dei Btp, mentre quest’ultima avrebbe dovuto dare all’istituto senese solo 33 milioni.
Per cogliere la portata distruttiva dell’operazione basti pensare che benché la marginazione per Nomura – transitante nel circuito “Target 2” tramite Citibank – fu stimata inizialmente in 465 milioni di euro, a seguito della crisi del debito pubblico italiano e quindi dei Btp – anche in conseguenza di uno scenario finanziario segnato da una crisi in atto consolidata – l’importo salì a 2 miliardi di euro. Cifra che difatti Monte dei Paschi di Siena chiese nel novembre 2011 a Banca d’Italia quale “prestito d’emergenza”, poi compensata dai Tremonti Bond spiegati di seguito nel capitolo.
In relazione alla gestione dell’operazione da parte del management la Commissione ritiene utile citare un passaggio del volume di Tommaso Strambi, I Compagni del Monte
“da piazza del Campo si finisce in estremo oriente a trattare con un altro squalo della finanza mondiale, il presidente della banca Nomura, Sadeq Sayeed […] “Caro Mussari, ti è chiaro che io compro il tuo titolo Alexandria – nonostante sia fonte di perdite – solo perché tu ti impegni a comprarmi tre prodotti che ti legheranno per 30 anni e che da subito faranno recuperare a Nomura il dono che ti faccio?” l’avvocato dalla chioma fluente come la parlantina rispose “yes”. Come era scritto nel canovaccio preparatogli da Baldassarri”

A prescindere quindi dalla comprensione da parte del Presidente Mussari di quanto stava sottoscrivendo, resta una motivazione “politica” dietro tale operazione. Stando agli atti dei procedimenti penali conclusi ed in essere e alla relazione di Monte dei Paschi di Siena richiesta da Consob nel 2012, la ristrutturazione di Alexandria unita al long term repo sono legati al bisogno del CdA MPS di chiudere in utile, benché di soli 220 milioni, il bilancio 2009. Secondo la magistratura questo risultato è dovuto alla volontà di remunerare il Fresh 2008 e quindi i titolari, tra i quali Fondazione Monte dei Paschi di Siena. Come segnalato in precedenza i titolari del bond Fresh 2008 potevano vedersi pagata la cedola solo in presenza di un utile e un dividendo. Scrivono i magistrati senesi che la ristrutturazione di Alexandria furono la “precondizione” per
“La decisione assunta da Mussari, con la colpevole complicità di Vigni, di portare in CdA e fare approvare, con la sola opposizione del vicepresidente Caltagirone, la proposta della distribuzione di un solo centesimo di euro agli azionisti di risparmio e, di conseguenza, determinare le condizioni per il pagamento della cedola del Fresh”
La Fondazione acquisì così dal bilancio 2009 circa 7 milioni di euro, oltre i 184 mila euro del dividendo. Senza tale utile, benché costruito su un’operazione rivelatasi distruttiva, la Fondazione Monte dei Paschi avrebbe ricevuto un danno finanziario, poco sostenibile dopo il grande sforzo compiuto per l’operazione Antonveneta.

Categorie:Caso Mps

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