Il contesto senese e il groviglio armonioso

Tratto dai lavori della Commissione d’Inchiesta istituita dalla Regione Toscana “In merito alla Fondazione Monte dei Paschi di Siena e alla Banca Monte dei Paschi di Siena. I rapporti con la Regione Toscana” (Relazione approvata da M5S-LN-SI)

“(I senesi ndr) Sono stati capace di creare e mantenere, nel corso dei secoli, il Sistema Siena, quel groviglio armonioso di enti, istituzioni, associazioni, uomini che ha fatto nascere il Monte dei Paschi; il Santa Maria della Scala e poi il policlinico delle Scotte; l’ateneo e l’università per stranieri; che ha sostenuto e sostiene la Mens Sana verso i traguardi nazionali ed europei e il Siena verso la serie A”
Stefano Bisi, 18 maggio 2011

La Commissione ha potuto riconoscere nell’evoluzione del legame tra Monte dei Paschi di Siena e il territorio di origine, successiva alla privatizzazione, una anomalia nel panorama italiano che ha contribuito al dissesto.
Lo statuto del Comune di Siena, per un verso, e della Fondazione Monte dei Paschi, dall’altro, definiscono il perimetro in cui si iscrive la cosidetta “senesità della banca”, sentimento che oltre che essere formalizzato nelle istituzioni cittadine, rappresenta un elemento costitutivo e diffuso del contesto socio-culturale di Siena.
Questa componente è stata spesso rivendicata da una parte dei soggetti auditi come elemento fondativo delle fortune dell’istituto bancario nei secoli scorsi, il Monte dei Paschi come “la diciottesima contrada di Siena”.
In estrema sintesi, questo legame con il territorio sembra essersi manifestato attraverso tre aspetti principali:
1. Controllo delle istituzioni rispetto alla governance della Banca: l’elemento della senesità della Banca sopravvive nel passaggio da istituto di diritto pubblico a società per azioni, dove il ruolo delle istituzioni locali viene addirittura rafforzato nella nomina dei membri della deputazione generale della Fondazione Monte dei Paschi di Siena, dove il Comune di Siena riesce ad esprimere la metà dei deputati (8 su 16), risultando determinante per la nomina del Presidente della Fondazione;
2. Maggioranza assoluta nella Banca: il mantenimento del 51% delle quote della banca è l’altro assioma che ha tranquillizzato l’opinione pubblica senese rispetto alla riforma Amato/Ciampi, decisamente osteggiata dall’ambiente senese. Questo necessità di mantenere la maggioranza assoluta della banca, può essere, oggi, considerato uno degli elementi di rigidità che ha avuto un ruolo non positivo nelle decisioni che hanno caratterizzato gli anni della crescita di MPS come soggetto aggregante;
3. Ruolo della Fondazione come protagonista della crescita del territorio: i dati riportati nel paragrafo 1.2, ovvero quelli attinenti alla erogazioni sostenute negli anni dalla Fondazione MPS hanno garantito alla provincia di Siena di assumere degli indicatori socio-economici di eccellenza nazionale. E non è un caso che l’articolo del Sole 24 Ore dell’epoca che incorona Siena prima in Italia (è il 2006) per quanto riguarda la qualità della vita nelle città italiane inizi proprio con una citazione della Fondazione MPS. Vi è una fase che non può essere trascurata, che ha creato benessere, crescita e ricchezza per la città di Siena per la sua provincia.
Alcuni analisti e osservatori concordano nel ritenere che, in un quadro profondamente mutato delle condizioni del mercato economico finanziario, caratterizzato da fenomeni di forte internazionalità e globalizzazione, tali aspetti così localistici possano aver frenato, se non condizionato, la possibilità di mettere in atto risposte adeguate della Banca Monte dei Paschi di Siena rispetto alla situazione di crisi in cui si è ritrovata. Un “localismo” che si accentua di fronte ad “un’internazionalizzazione spensierata”, come la definisce Barzanti.
“C’è una polarità malata, un po’ patologica tra un accentuarsi perfino del localismo, che è comprensibile, perché quando uno si vede sfuggire un patrimonio secolare dice “ beh, non portatemelo via tutto, almeno” e, invece, un’internazionalizzazione un po’ spensierata, fatemela aggettivare così, cioè “ beh, ora siamo nei grandi giochi internazionali”, eh, quanto però ci si capiva da parte di chi ci doveva capire in questi grandi giochi? Si riusciva a controllarli? Si riusciva a capire chi c’era dietro o chi c’era davanti o comunque come le dinamiche si sarebbero sviluppate?”.
Se proviamo a trarre indicazioni più generali dalla peculiare conformazione della governance del Monte dei Paschi di Siena ed il suo rapporto con il territorio, la politica e le istituzioni, almeno per quanto emerso dai lavori di questa Commissione, ci troviamo di fronte ad alcuni contributi a nostro avviso utili per comprendere il peso che il contesto in cui vengono prese scelte determinanti per il futuro di Banca e Fondazione Monte dei Paschi di Siena: eccessivo localismo dei vertici che è stato efficacemente definita “autarchia dirigenziale”, assuefazione del contesto socio-politico di riferimento provocata dalle erogazioni della Fondazione Monte dei Paschi, un tentativo di conservazione dello status quo, almeno fino alla cosiddetta fase della “discontinuità” a cavallo del 2011 e del 2012.
In merito alla qualità ed alla selezione della dirigenza senese Alberto Ferrarese, giornalisti dell’agenzia di stampa Asca e coautore del libro inchiesta “Il codice Salimbeni” ha constatato che: “i top managers venivano da Siena o comunque erano senesi di adozione, non sempre avevano competenze bancarie specifiche: mi ricordo che lo stesso Mussari ha scritto insieme a altri un libro sui derivati in cui, sostanzialmente, fece un’introduzione politica e iniziava dicendo che lui di derivati non sapeva niente. Essere il Presidente della terza banca italiana e dire di non saper niente dei derivati probabilmente è un problema. E così all’epoca il direttore generale era senese, cioè c’era comunque un tentativo di autarchia dirigenziale che probabilmente ha un po’ limitato le possibilità di quella banca“.
Anche Barzanti ha dedicato un passaggio della sua audizione a tale aspetto: “il ceto dirigente non era all’altezza della nuova sfida (…) si cambia tutto, ma non si cambia niente, perché cambiare in Spa significava che anche il ceto dirigente a livello apicale nelle sedi del Consiglio della deputazione, ma anche a livello tecnico doveva essere attrezzato per affrontare quest’ottica radicalmente nuova”.
Rispetto alle erogazioni è facile desumere di come una Fondazione bancaria in grado di elargire quasi due miliardi in pochi anni fosse un elemento di sviluppo del territorio imprescindibile, che abbia creato un notevole consenso attorno al suo ruolo ed alla sua attività. Sempre Ferrarese: “finché il Monte dei Paschi è andato bene e la Fondazione Monte dei Paschi è arrivata a distribuire, mi sembra al tetto massimo 236 milioni di Euro (…) in un anno al territorio, cioè le erogazioni della Fondazione Monte dei Paschi se non sbaglio erano circa il 4%, valevano quattro punti di Pil di Siena: naturalmente erano tutti contenti, era un po’ difficile che Siena si trovasse ad avere da ridire su come era gestita quella banca, fino a che sostanzialmente viveva, appunto, sulle erogazioni e viveva, probabilmente, al di sopra delle possibilità della città grazie alle erogazioni della banca era un po’ complesso che qualcuno si mettesse a dire che la banca era mal gestita”114.
Un altro degli auditi della Commissione, l’attuale sindaco Valentini, sintetizza così il mix letale tra impreparazione dei dirigenti ed il ruolo centrale della Fondazione e della Banca nel territorio di Siena: “la presunzione era di chi guidava la banca, la cecità era di quelli che stavano all’esterno, che si accontentavano del potere e delle risorse che venivano distribuite, cioè più di 200 incarichi che ruotavano intorno al sistema Monte dei Paschi e fondazione e gli utili che venivano erogati tappavano la bocca e gli occhi di tanti“115.
Più complesso e per certi aspetti decisivo, il terzo elemento, ovvero la difesa del 51%, particolarmente sentito dalla città di Siena. Molti interlocutori (Barzanti ha anche lasciato della documentazione a disposizione di questa Commissione) hanno ricordato di come nella campagna elettorale delle amministrative del 2011 praticamente tutti candidati a sindaco delle principali forze politiche, da Ceccuzzi (Centrosinistra) a Nannini (centrodestra) a Laura Vigni (Sinistra per Siena) avessero un esplicito riferimento nel proprio programma elettorale della difesa del 51% delle quote della Fondazione nella Banca MPS. Questo per sottolineare non soltanto una sensibilità trasversale alle forze politiche rispetto al tema, quanto piuttosto l’enorme rilevanza che il tema del 51% rappresentava per la cittadinanza stessa.
E’ altresì interessante notare come per alcuni interlocutori tale dato (51%) avesse invece un valore più simbolico che sostanziale:
“Dai documenti che abbiamo visto, emerge una costante pressione di Banca d’Italia perché il Monte dei Paschi migliori la qualità del capitale. Dall’altra parte emerge una continua resistenza a fare questo e penso per motivi di carattere di controllo della banca, di non voler perdere il controllo della banca. (…) Ci abbiamo sempre pensato e l’abbiamo sempre trovata un pochettino infantile, perché in realtà per controllare il Monte dei Paschi si controllava attraverso l’articolo dello Statuto che vietava a tutti gli azionisti, ad eccezione della fondazione, di votare per più del 4% dei diritti di voto, quindi per controllare il Monte dei Paschi bastava controllare l’assemblea straordinaria, quindi bastava avere il 33,1%, il 51% non serviva a niente, assolutamente a niente, perché a te ti interessa controllare l’assemblea straordinaria in modo che non ti modifichino l’articolo dello Statuto che ti permette di essere l’azionista prevalente e per questo bastava il 33%, il 51 non serviva, insomma”.
In merito alle conseguenze della difesa del 51% è interessante riportare la sintesi efficace compiuta da un analista economico come il prof.Messori “ (…) ricapitalizzare significava o far scendere la Fondazione di quota proprietaria, perdendo la maggioranza assoluta, o chiedere alla Fondazione un forte sforzo finanziario (…). E questa è la condanna della Fondazione, che, invece di fare un passo indietro, s’indebita per mantenere la maggioranza assoluta. Oramai la palla di neve è diventata una valanga”.
Se si può, quindi, discutere sulla necessità o meno di mantenere il 51% per mantenere il controllo della Banca, quel che è certo è che questo principio ha finito per esporre la Fondazione ad una serie di ingenti indebitamenti per sostenere gli aumenti di capitale della Banca che, complice l’andamento della Banca, hanno finito per compromettere il patrimonio della Fondazione.
E qui torna ancora il tema della preparazione della classe dirigente, sempre Ferrarese: “(…) dalle nostre ricerche, e un po’ dalle ricerche in generale, è emerso che sostanzialmente la Fondazione Monte dei Paschi l’acquisto di Antonveneta se l’è ritrovato a cose fatte. Che l’azionista di maggioranza lo sappia a cose fatte che hanno acquistato una banca e che deve sborsare un bel po’ di soldi – 4 miliardi – su una cosa su cui poi è andata in crisi, probabilmente denota il fatto che anche la classe dirigente della Fondazione forse non era sufficientemente adeguata”.
Proprio sul 51% uno dei principali protagonisti di quegli anni, l’ex Presidente della Fondazione Mps Gabriello Mancini ha affermato, non senza qualche ragione:
“Ma a quel valore l’intera comunità senese, cittadina e provinciale, attribuivano una valenza strategica. Il dibattito pubblico è stato falsato. Si è cercato di strumentalizzare quello che è avvenuto in fondazione, cercando di polemizzare quando invece andrebbe considerato che il dibattito pubblico è stato influenzato dalla campagna elettorale, prima nazionale, poi più locale. Si è mirato a fare propaganda. Tengo in cassaforte i programmi elettorali del 2011”.
In ogni caso, la strenua difesa del 51% ha dovuto mostrare il passo ad altre scelte per mettere in salvaguardia quello che rimaneva della Fondazione. Alla fine si è arrivati a quello che Barzanti ha definito con una battuta un po’ amara un palindromo al contrario: “(…) questo largo consenso a tenersi aggrappati a questo 51; io un articolo un po’ ironico – troppo, forse – ho scritto che dal 51 siamo passati al palindromo con la virgola, all’1, 5, perché ora il numero si è rovesciato e poi c’è stata di mezzo la virgola”

Categorie:Caso Mps

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