Le tre diverse soluzioni adottate per la crisi delle sette banche

Tratto dalla Relazione conclusiva della Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario e finanziario

Le soluzioni adottate a partire dalla fine del 2015 per la soluzione delle sette crisi bancarie si muovono tutte nell’ambito della filosofia che ispira la Bank Recovery and Resolution Directive (BRRD) entrata in vigore in Italia il primo gennaio del 2016. Esse pertanto si svolgono in un contesto normativo europeo nuovo al cui interno operano da un lato le nuove autorità di Vigilanza e di Risoluzione e dall’altro la Commissione Europea che a seguito della crisi finanziaria internazionale è intervenuta con regolamentazioni ad hoc sugli aiuti di Stato al settore bancario.

La BRRD aveva l’obiettivo di introdurre in tutti i paesi europei regole armonizzate per prevenire e gestire le crisi bancarie. A tal fine è stato istituito quale componente essenziale dell’Unione Bancaria, a complemento del SSM, l’Autorità di Risoluzione, o Single Resolution Mechanism (SRM), responsabile della gestione accentrata delle crisi bancarie nell’area dell’euro. L’SRM è un sistema articolato che si compone delle autorità di risoluzione nazionali e di un’autorità accentrata, il Comitato Unico di Risoluzione (Single Resolution Board, SRB), cui partecipano rappresentanti delle autorità di risoluzione nazionali e alcuni membri permanenti. Per le banche “significant” è il SRB ad individuare le modalità con cui la crisi può essere affrontata e a decidere, quando la crisi si manifesta, come gestirla in concreto adottando un programma di risoluzione. Spetta invece all’autorità di risoluzione nazionale, nel caso di crisi italiane Banca d’Italia, dare attuazione al programma, esercitando i poteri che la normativa europea e le norme nazionali di recepimento le attribuiscono. Il programma deve inoltre essere sottoposto alla Commissione Europea. Nei casi di banche “less significant”, le autorità di risoluzione nazionali conservano la responsabilità di pianificare e gestire le crisi. La loro azione si svolge comunque secondo linee guida e orientamenti definiti dal SRM.

Come è noto, la BRRD ha introdotto il Bail-in, uno strumento che consente alle autorità di risoluzione di disporre, al ricorrere delle condizioni di risoluzione, la riduzione del valore delle azioni e di alcuni crediti o la loro conversione in azioni per assorbire le perdite e ricapitalizzare la banca in misura sufficiente a ripristinare un’adeguata capitalizzazione e a mantenere la fiducia del mercato. Gli azionisti e i creditori non possono in nessun caso subire perdite maggiori di quelle che sopporterebbero in caso di liquidazione della banca secondo le procedure ordinarie. Più in dettaglio sono completamente esclusi dall’ambito di applicazione e non possono quindi essere né svalutati né convertiti in capitale:

§ i depositi protetti dal sistema di garanzia dei depositi, cioè quelli di importo fino a 100.000 euro;

§ le passività garantite, inclusi i covered bonds e altri strumenti garantiti;

§ le passività derivanti dalla detenzione di beni della clientela o in virtù di una relazione fiduciaria, come ad esempio il contenuto delle cassette di sicurezza o i titoli detenuti in un conto apposito;

§ le passività interbancarie (ad esclusione dei rapporti infragruppo) con durata originaria inferiore a 7 giorni;

§ le passività derivanti dalla partecipazione ai sistemi di pagamento con una durata residua inferiore a 7 giorni;

§ i debiti verso i dipendenti, i debiti commerciali e quelli fiscali purché privilegiati dalla normativa fallimentare.

Sfruttando un’opzione prevista dalla BRRD il legislatore italiano ha prorogato di un anno al primo gennaio 2016 l’entrata in vigore delle disposizioni della direttiva relative al bail-in. Ciò ha permesso di applicare alle quattro banche poste in risoluzione nel novembre del 2015 solo il Burden Sharing (BS), coinvolgendo nell’assorbimento delle perdite, gli azionisti e i titolari di obbligazioni subordinate. Il BS, a sua volta, era stato introdotto dalla Commissione Europea nell’ambito della normativa sugli aiuti di stato che con la Comunicazione dell’agosto 2013 diviene molto più restrittiva che in precedenza. Secondo la Comunicazione infatti gli aiuti al settore bancario potevano essere concessi soltanto a condizioni tali da comportare un’adeguata condivisione degli oneri da parte degli investitori esistenti e cioè solo dopo che le perdite fossero state assorbite da detentori di strumenti equity e, successivamente, dai titolari di strumenti di capitale ibridi e subordinati.

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