La risoluzione delle quattro banche commissariate

Tratto dalla Relazione conclusiva della Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario e finanziario

Il primo caso di “parziale” applicazione delle nuove regole europee di gestione delle crisi bancarie è stato quello delle quattro banche commissariate, che alla fine del 2015 sono state poste in risoluzione.

Il contesto in cui si verificano le difficoltà di queste banche è molto diverso dal passato a causa della recessione economica e della debolezza del sistema economico già descritte, pertanto, in relazione alle stesse, non è stato possibile evitare la risoluzione attraverso la loro acquisizione da parte di altre banche più solide (pur avendo cercato, i commissari, soluzioni di questo tipo nel corso dell’amministrazione straordinaria).

Da ultimo, è stata anche tentata la soluzione a carico del sistema bancario attraverso l’utilizzo del Fondo interbancario di tutela dei depositi. Questa via è stata preclusa dalla Commissione europea (CE), che ha assimilato l’intervento del Fondo interbancario obbligatorio a un aiuto di Stato. Tale assimilazione – derivante da un’interpretazione di una Comunicazione della stessa Commissione europea dell’agosto 2013 – non è stata condivisa dallo Stato italiano, che l’ha impugnata e per la quale si è a tutt’oggi in attesa di una decisione della Giustizia Europea.

E’ emerso in sede di audizioni che non si potesse tuttavia disattendere l‘indicazione della Commissione perché qualora si fosse proseguito con l’intervento del Fondo interbancario obbligatorio, le banche beneficiarie sarebbero state costrette a sterilizzare contabilmente l’aiuto, apparendo comunque assolutamente improbabile che la BCE, cui spetta autorizzare le acquisizioni, assumesse una decisione in contrasto con gli orientamenti della Commissione. E’ emerso anche, in quella stessa fase come non si fosse riusciti ad esperire un intervento del sistema bancario su basi volontarie in quel momento inedito.

Il rapido e drammatico deteriorarsi della situazione patrimoniale e della liquidità delle quattro banche ha quindi imposto di procedere senza indugio alla loro risoluzione, applicando con apposito decreto gli istituti previsti dalla Direttiva europea sulla risoluzione delle crisi (cosiddetta BRRD), in forma light, ovvero con il solo BS.

Nel novembre del 2015, il governo emanò il decreto 22.11.2015 n. 183 . che poneva in risoluzione le quattro banche.

Ciascuna banca veniva scissa in due: una good bank o banca ponte e una bad bank. Allo quattro good banks afferivano i prestiti diversi dalle sofferenze e i debiti verso i depositanti e gli obbligazionisti ordinari. Alla bad bank (chiamata REV), unica per le quattro banche, afferivano solo le sofferenze.

Un aspetto critico e ampiamente trattato in diverse audizioni è stato il prezzo al quale le sofferenze vennero valutate: inizialmente al 17,6 per cento del loro valore nominale (La Commissione proponeva 13,5 per cento). Successivamente, a seguito di valutazioni di esperti indipendenti, il prezzo finale fu di 22,5 per cento. Le conseguenti perdite vennero poste a carico dai detentori delle azioni e delle obbligazioni subordinate emesse dalle quattro banche: il valore di questi strumenti venne azzerato. Le perdite residue sono state addossate al Fondo di risoluzione, che si è anche fatto carico di ricapitalizzare le banche ponte e la bad bank per 1,8 miliardi, con un contributo complessivo iniziale di 3,6 miliardi.

Complessivamente, lo ricordano gli organi delle procedure di risoluzione in sede di audizione, vennero trasferiti crediti in sofferenza per 9,4 miliardi mentre rimasero in capo alle good banks crediti problematici (incagli e past due) per complessivi 4,5 miliardi.

Anche la ricerca di un acquirente per le quattro banche ponte, apparentemente sane si è rivelata più difficile del previsto. Nel maggio 2017 è stata perfezionata la vendita di Nuova Banca Etruria, Nuova Banca Marche e Nuova Cari-Chieti a UBI, al prezzo simbolico di un euro e ciò ha comportato ulteriori oneri tra cui una ulteriore ricapitalizzazione a carico del Fondo di Risoluzione nazionale per 713 milioni e una cessione di ulteriori sofferenze per 2,2 miliardi a REV oltre a garanzie per rischi legali e fiscali. Lo stesso schema è stato seguito per la contemporanea cessione di Nuova CariFerrara a Banca Popolare dell’Emilia Romagna (BPER). In questo caso il contributo patrimoniale a carico del Fondo di Risoluzione nazionale è stato di 340milioni, la cessione di nuove sofferenze di 290 milioni a REV e, solo in questo caso, prima della cessione sono stati definiti 340 esuberi.

La risoluzione delle quattro banche non ha comportato inizialmente alcun esborso per lo Stato italiano.

Il governo è poi intervenuto con un provvedimento di “ristoro” con la legge di stabilità per il 2016 che ha istituito il Fondo di solidarietà, alimentato e amministrato dal Fondo Interbancario di Tutela dei depositi (FITD). In tal modo il ristoro è stato posto a carico del sistema bancario. Gli investitori retail hanno potuto scegliere tra due alternative: i) un rimborso forfettario pari all’80 per cento della somma investita, a condizione che il che il loro reddito fosse inferiore ai 35.000 euro e il loro patrimonio mobiliare fosse inferiore ai 100.000 euro; ii) una procedura arbitrale, gestita dalla Autorità Nazionale Anti-corruzione che stabilisce caso per caso l’ammontare dell’eventuale rimborso.

Come ricordato dal Presidente del FITD, sono stati circa 7.000 i risparmiatori che hanno chiesto il rimborso al FITD e sinora sono stati erogati 110 milioni ma si arriverà a circa 200 milioni. I risparmiatori titolari di strumenti finanziari che hanno fatto richiesta al Collegio arbitrale dell’Anac sono 1695 per un ammontare pari a 79,4 milioni di euro, ma le richieste non sono state sinora esaminate.

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