Le cause della crisi di Monte dei Paschi di Siena

Tratto dalla Relazione conclusiva della Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario e finanziario

Monte dei Paschi di Siena è certamente la banca che ha avuto la crisi più complessa e più lunga i cui esiti potranno valutarsi compiutamente solo tra qualche anno.

MPS è l’unica tra le sette banche oggetto di indagine la cui crisi si è sviluppata sia nell’area finanza, all’interno della quale sono state poste in essere operazioni complesse di finanza strutturata, di carry trade e d’investimento a leva in titoli di Stato italiani, sia nella più tradizionale attività in crediti. Accanto ad una gestione poco prudente, inoltre, il management della banca ha posto in essere operazioni irregolari con l’obiettivo di occultare (diluire nel tempo) le perdite dell’area finanza, mostrare un livello di patrimonializzazione superiore a quello reale. Tale situazione ha potuto verificarsi nella prima fase della crisi a causa di gravi debolezze nella governance della banca. Infine, soprattutto a causa delle difficoltà dell’area finanza e a seguito dell’emergere delle irregolarità che impattano negativamente sulla fiducia da parte dei depositanti, emergono a partire dal 2012 anche rilevanti problematiche di liquidità che comportano ripetuti interventi di sostegno da parte di Banca d’Italia. Nelle vicende MPS è altresì vero che hanno avuto un ruolo negativo le strategie tese al mantenimento del controllo da parte del suo maggiore azionista, la Fondazione MPS, che hanno certamente contribuito all’azzeramento del valore del capitale della banca, con evidente impatto sul tessuto sociale nel quale essa era profondamente radicata.

La situazione già gravemente compromessa è ulteriormente condizionata dalla lunga recessione che impatta notevolmente sul portafoglio crediti a partire dal 2012 e dall’inasprimento delle regole di vigilanza sui coefficienti patrimoniali soprattutto dopo il 2014.

La crisi di MPS si è sviluppata lungo l’arco di un decennio, attraversando diverse fasi critiche che di seguito vengono ripercorse più in dettaglio.

L’avvio della crisi è da ricondurre alla decisione del Consiglio di Amministrazione dell’8 novembre 2007 di acquisizione del gruppo Antonveneta (in seguito autorizzata dalla Banca d’Italia), al prezzo di circa 9 miliardi e soprattutto alle modalità con cui la banca realizza gli aumenti di capitale necessari per effettuare l’operazione (in particolare attraverso l’emissione di uno strumento ibrido subordinato per 1 miliardo riservato a JP Morgan Securities Limited, che lo sottoscrive utilizzando le somme ricevute dall’emissione di titoli convertibili in azioni MPS (c.d. “FRESH” – Floating Rate Equity-linked Subordinated Hybrid) e “apparentemente” rispettare i coefficienti patrimoniali richiesti (ottobre 2008).

Si evidenzia come sia emerso che l’acquisizione di Antonveneta, sottoposta al vaglio o comunque conosciuta dagli organismi di vigilanza, sia stata avviata e realizzata senza una preventiva due diligence, giustificabile solo nell’ottica di un’acquisizione ritenuta pressoché obbligata per il rafforzamento sul mercato interno caratterizzato in quegli anni da fusioni e acquisizioni dei concorrenti gruppi bancari. Tale circostanza, peraltro, non attenua la singolarità della procedura, tenuto conto dell’importanza economica dell’operazione e del prezzo fissato per perfezionarla: prezzo che si è rivelato, tra l’altro, di molto superiore al valore reale della Banca poi acquisita.

Tra il 2008 e l’estate del 2011, la Banca d’Italia conduce dieci ispezioni. In questo periodo emergono tre aspetti problematici: il primo nell’area crediti, (mutui di ammontare superiore al limite interno pari al 40 per cento del rapporto rata/reddito e numerose posizioni deteriorate). Il secondo nell’area finanza per operazioni strutturate su BTP a lungo termine di elevato ammontare (la banca deteneva circa 25 miliardi in titoli pubblici). Il terzo nella posizione di liquidità, i cui saldi sono assai volatili e, risentono di due repo strutturati su titoli di Stato effettuati, rispettivamente, con Deutsche Bank e Nomura per un valore nominale complessivo di circa 5 miliardi, con profili di rischio non adeguatamente controllati e valutati da MPS. Si tratta di componenti delle operazioni Santorini e Alexandria, che risulteranno in seguito connotate da significative irregolarità.

Dopo ripetuti richiami da parte di Banca d’Italia di procedere a un rafforzamento patrimoniale MPS nel luglio 2011 porta a termine un’operazione di rafforzamento patrimoniale di circa 3 miliardi.

Con la crisi del debito sovrano, si determina un nuovo, forte indebolimento della posizione di liquidità della banca, a seguito tra l’altro dell’ampliamento dei margini da corrispondere a garanzia delle due operazioni di repo Santorini e Alexandria.

Banca d’Italia avvia una ispezione di follow-up sulla situazione di liquidità di MPS (condotta dal settembre 2011 al marzo 2012) che evidenzia che le problematiche in precedenza rilevate non sono state superate. Sul finire del 2011, durante l’ispezione, Banca d’Italia presta a MPS titoli altamente liquidi che la banca utilizzerà per finanziarsi sul mercato.

In seguito alle forti pressioni della Vigilanza, e pur in assenza di un potere formale di removal, a fine 2011 MPS risolve il rapporto con il Direttore Generale, dr. Vigni, cui è corrisposto un compenso di circa 4 milioni; la corresponsione di tale compenso sfocerà in una procedura sanzionatoria nei confronti degli organi di amministrazione e controllo dell’epoca conclusasi con l’irrogazione di sanzioni per 1,3 milioni. A gennaio 2012 viene nominato A.D. Fabrizio Viola e nell’assemblea successiva Mussari non si ripresenta; il C.d.A. è ampiamente rinnovato, il Presidente è A. Profumo.

Negli anni successivi, ad opera della Vigilanza e soprattutto nel corso delle indagini nel frattempo intraprese dall’Autorità Giudiziaria (dopo avere constatato, in sede di indagini sulla società Enigma, la sussistenza di numerose transazioni compiute dalla stessa con MPS e dopo avere osservato le oscillazioni del titolo MPS) emergono una serie di omissioni di informativa alla Vigilanza relative alla già citata operazione FRESH, sottesa al finanziamento dell’acquisto Antonveneta.

In estrema sintesi, si trattava di omissioni finalizzate a dare, alle operazioni in questione, la “parvenza” di componenti positive del patrimonio di vigilanza, quando in realtà ne avrebbero dovuto costituire componenti negative:

– il capitale sottoscritto da JPMorgan non era computabile nel core capital perché gli accordi sottesi a tale sottoscrizione comportavano per MPS, vincoli assimilabili alla remunerazione di un debito;

– taluni contenuti degli accordi stipulati da MPS – nascosti alla Vigilanza – una volta scoperti, fecero emergere che le azioni sottostanti l’operazione FRESH non potessero essere computate nel core capital.

Nella semestrale dell’agosto 2008, MPS includeva invece queste componenti nel patrimonio di vigilanza così falsandone l’entità. Si consideri che, sulla base di quanto riferito da Banca d’Italia e da Consob, il patrimonio di vigilanza di MPS, al 30.06.2008, senza le azioni JP Morgan, si sarebbe posto al di sotto del requisito prudenziale dell’8 per cento.

Ne scaturiranno i procedimenti penali a carico dei soggetti facenti parte del management ritenuti responsabili delle omissioni e, nel 2013, sanzioni Consob per manipolazione informativa.

L’operazione Alexandria (compiuta con la banca Nomura) e l’operazione Santorini (compiuta con Deutsche Bank) vennero poste in essere da MPS tra la fine del 2008 e metà 2009, con modalità operative che la banca non ha mai rappresentato né al mercato, né nelle sedi ispettive; le stesse sono state ricostruite ex post attraverso una complessa istruttoria – incluse numerose rogatorie internazionali – svolta dall’Autorità Giudiziaria in collaborazione con la Vigilanza e l’IVASS.

Senza entrare nell’articolata e complessa strutturazione delle operazioni in questione, basti in questa sede rilevare che, sulla base della ricostruzione offerta dagli inquirenti, le stesse sono rimaste nascoste nei bilanci, e quindi al pubblico ed al mercato, fino all’ottobre-novembre del 2012 con la conseguente emersione di perdite sul bilancio al 31.12.2012 per circa 700 milioni di euro.

Le due operazioni saranno successivamente chiuse: l’operazione Santorini nel dicembre 2013, con la stipula di un accordo transattivo tra MPS e Deutsche Bank; l’operazione Alexandria nel settembre 2015 mediante la definizione di un accordo transattivo con Nomura. Per quest’ultima operazione, nel dicembre 2015 la Consob accerterà la non conformità del bilancio al 31 dicembre 2014 e della relazione finanziaria semestrale al 30 giugno 2015 e richiederà, secondo quanto previsto dal TUF, la pubblicazione di informazioni supplementari. L’accertamento sarà effettuato alla luce delle nuove informazioni emerse nel corso delle citate indagini svolte dalla Procura di Milano.

Peraltro con riferimento agli aumenti di capitale precedenti all’accertamento di non conformità del bilancio 2014 e della relazione semestrale al 30/06/2015 effettuata da Consob nel dicembre 2015, è bene sottolineare che la stessa ne aveva approvato i prospetti, sebbene “con riserva”.

In particolare Consob aveva rilevato:

“Nel bilancio della Banca sono riportate operazioni di term structured repo, contabilizzate secondo la cosiddetta metodologia a saldi aperti. La modalità di rappresentazione contabile di questo tipo di operazioni è all’attenzione degli organismi competenti in sede nazionale e internazionale. Non si può escludere che in futuro tali organismi forniscano informazioni diverse sul trattamento contabile, con possibili effetti negativi sulla situazione economica patrimoniale e/o finanziaria della Banca e/o del Gruppo” (prospetto 2014)

“Si precisa che la contabilizzazione delle operazioni long term structured repo, alla data del Prospetto, è oggetto di approfondimento da parte di Consob” (prospetto 2015).

L’accertamento di non conformità del bilancio 2014 e della relazione semestrale al 30/06/2015 effettuata da Consob nel dicembre 2015 deriva proprio da una diversa valutazione delle suddette operazioni, che anziché essere contabilizzate con la metodologia a saldi aperti, si sarebbero dovute contabilizzare a saldi chiusi.

L’audizione del Governatore Visco ha consentito di chiarire che se la Consob, prima di approvare i prospetti relativi ai succitati aumenti di capitale, avesse verificato l’esistenza dei titoli, avrebbe potuto constatare che essi non erano stati scambiati. Se così fosse avvenuto tali prospetti non sarebbero stati approvati, neppure con riserva, e ciò avrebbe ovviamente influito sul corso degli aumenti di capitale, sulle risorse messe a disposizione da parte dei risparmiatori e quindi sul loro destino.

Sulla base di quanto sinora esposto, l’attività di vigilanza della Consob su MPS ha riguardato tutte le più significative operazioni societarie e di finanza strutturata dal momento che, avendo impatto sugli aumenti di capitale e sui prospetti informativi oltreché sulla loro rappresentazione in bilancio.

Tuttavia la Commissione ha potuto constatare come gli interventi attuati dalla stessa Consob non abbiano portato all’individuazione tempestiva di quelle criticità che solo l’Autorità Giudiziaria ha poi accertato.

Lo dimostra il fatto che i procedimenti sanzionatori Consob si sono spesso attivati solo in esito ai risultati delle indagini giudiziarie (in molti casi anche a distanza di anni dai fatti).

L’elevatezza del portafoglio di titoli di Stato di MPS influisce anche sui risultati dello stress test di EBA effettuato nella seconda parte del 2011. Nel giugno 2012 MPS non è in grado di colmare la deficienza di capitale con iniziative private e ricorre ai Nuovi Strumenti Finanziari – NSF (cc.dd. “Monti bond”).

Nel dicembre 2012 la Commissione europea approva temporaneamente la ricapitalizzazione di MPS, subordinatamente alla presentazione di un piano di ristrutturazione entro sei mesi dalla data della decisione. MPS richiede di emettere Monti Bonds per un importo complessivo di 3,9 miliardi, di cui 1,9 miliardi per il rimborso dei Tremonti Bond già in essere che aveva emesso nel 2009 per 1,9 miliardi in base al D.L. n. 185 del 28.11.2008); ulteriori 171 milioni di NSF verranno emessi a fronte del pagamento degli interessi maturati per il 2012 sui Tremonti Bond.

La Commissione Europea approva la versione definitiva del Piano di ristrutturazione nel novembre 2013. MPS si impegna inoltre a convertire i NSF qualora l’aumento di capitale previsto nel piano non si realizzi. I NSF verranno successivamente integralmente rimborsati da MPS, con una tempistica accelerata rispetto a quella definita nel piano di ristrutturazione approvato dalla Commissione Europea.

La situazione diviene nuovamente problematica nel 2014, in vista dell’avvio del Single Supervisory Mechanism (SSM). Infatti, viene condotto l’esercizio di valutazione approfondita (comprehensive assessment – CA) dei bilanci delle principali banche dell’area dell’euro, costituito da due parti: la revisione della qualità degli attivi (Asset Quality review, AQR) e lo Stress Test (ST). MPS, al netto delle azioni di rafforzamento patrimoniale intraprese nel corso del 2014, evidenzia una deficienza di capitale, riconducibile unicamente allo scenario avverso dello stress test, pari a 2,1 miliardi. La deficienza di capitale emersa nell’ambito del CA è colmata dalla banca con un aumento di capitale di 3 miliardi, autorizzato dalla BCE a maggio del 2015 e completato nel mese successivo. Parte di tale aumento di capitale è destinata alla restituzione della quota residua di NSF per 1,071 miliardi. La BCE, che intanto aveva assunto la vigilanza diretta sulla banca, richiede a MPS di rispettare, a partire dal 2015, un CET1 ratio del 10,2 per cento. Contemporaneamente, alla banca viene chiesto di: a) non distribuire dividendi; b) affrontare attivamente il problema dell’alta incidenza delle attività deteriorate, anche attraverso operazioni di aggregazione; c) rinforzare le strategie e i processi inerenti la distribuzione interna di capitale; d) attuare un’adeguata strategia di liquidità e funding. I crediti deteriorati passano dal 19,1 per cento del 2012 al 34,8 per cento del 2015 mentre per il sistema passano dal 13,5 per cento al 18,1 per cento.

Nel corso del 2016 viene condotto un nuovo esercizio di stress a livello europeo, coordinato dall’EBA e condotto dall’SSM. I risultati di questo esercizio, pubblicati alla fine di luglio 2016, evidenziano un impatto molto rilevante sulla posizione patrimoniale di MPS nello scenario avverso alla fine del 2018 (capitale di qualità primaria pari al -2,4 per cento delle attività ponderate per il rischio).

Alla luce dei risultati dello stress test, la BCE chiede a MPS l’adozione in tempi brevi di una soluzione credibile commisurata ai problemi della banca. MPS annuncia al mercato il “Progetto Charles” che prevede, tra l’altro, un rafforzamento patrimoniale di ammontare fino a 5 miliardi. Il progetto viene autorizzato dalla BCE nel successivo mese di novembre ma non si perfezionerà in quanto la banca non riesce a reperire sul mercato tutte le risorse necessarie al completamento dell’aumento di capitale.

Si apre la strada per la ricapitalizzazione precauzionale da parte dello Stato.

Categorie:Caso Mps, Generale

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