I progetti di riforma dell’Amministrazione e del settore pubblico dall’inizio della crisi economica: l’apogeo dell’Austerity – Parte Sesta – Un bilancio fallimentare

Autore: Avvocato Francesco Corfiati

Articolo pubblicato sulla Revista de Derecho Constitucional Europeo dell’Università di Granada. Link al testo originale

Il 2013 si è chiuso, per l’Europa, con indicatori economici che rivelano dati allarmanti. Nel terzo trimestre dell’anno, il PIL è cresciuto di un misero 0,1% rispetto allo stesso trimestre del 2012 (-0,4% nell’Eurozona), comparato con un +1,6% negli Stati Uniti ( ); nello stesso periodo, l’occupazione è diminuita dello 0,3% (-0,8% nell’Eurozona) ( ); la produzione industriale si è ridotta dello 0,7% rispetto all’anno precedente (-1,1% per quanto riguarda l’Eurozona) ( ); il volume del commercio al dettaglio è calato dello 0,4% (-0,2% nell’Eurozona) ( ); 124 milioni e mezzo di persone sono a rischio di povertà o di esclusione sociale (il 24,8% della popolazione dell’UE, secondo il dato del 2012; era il 24,3% nel 2011 ed il 23,7% nel 2008) ( ).
La crisi economica continua ad essere, dunque, una triste realtà, e le misure intraprese per affrontarla si sono dimostrate inadeguate ed inefficaci. Il rimedio applicato – l’intransigente austerità – è anzi risultato, per certi versi, più dannoso dello stesso male che con essa ci si prefiggeva di curare; e quella parte della nomenklatura europea che l’ha predicata come inevitabile ed infallibile panacea si è comportata con la stessa tracotante sicurezza con cui, nel Medioevo, i taumaturghi raccomandavano salassi ad infermi già esangui o pratiche di autoflagellazione per scongiurare pestilenze e contagi.
L’austerità non risolve i drammi della crisi economica, ma li aggrava, perché opprime e impoverisce, allo stesso tempo, l’individuo e lo Stato, privando di fondamentali risorse sia l’uno che l’altro. Lo Stato vede sempre più ridotta la sua possibilità di intervento nell’economia e nella società, proprio nel momento in cui si avverte maggiormente la necessità di una sua azione decisa. “L’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, solennemente proclamato dall’art. 2 della Costituzione italiana, svuotato di una concreta effettività, rischia di ridursi a vuota e pleonastica retorica.

6.1 Le alternative
Ci si deve dunque domandare – ed è questo uno degli scopi principali di questo lavoro – se le riforme intraprese dall’inizio della crisi economica nell’ambito dell’Amministrazione e del settore pubblico in generale, possano considerarsi compatibili con i principi sanciti a livello costituzionale e con quelli che sono – o che dovrebbero essere – i principi cardine del processo di integrazione europea.
La risposta a tale quesito non può che essere negativa. In effetti, affinché i principi costituzionali non restino mere enunciazioni astratte è necessario che sussista un’azione politica ed amministrativa volta a dare ad essi concreta applicazione. Ed è fin troppo evidente che ciò presuppone che l’Amministrazione disponga di risorse adeguate, razionalmente distribuite ed utilizzate.
La scure dei tagli alla spesa pubblica si è abbattuta su queste risorse, falcidiandole in settori (come l’educazione e la sanità) che già versavano in stato critico. Di fronte a tale ovvia constatazione, le giustificazioni che vengono in proposito addotte dai sostenitori delle dottrine dell’austerità sono, essenzialmente, di due tipi.
Una prima giustificazione è che, in tempi di crisi, lo Stato dispone di minori risorse e che ciò deve, inevitabilmente, riverberarsi sull’apparato amministrativo. Questo fallace argomento non tiene conto, tuttavia, del fatto che esistono soluzioni alternative e ben più efficaci per reperire, anche in tempo di crisi, le risorse necessarie per garantire l’efficiente funzionamento del settore pubblico. Un primo rimedio sarebbe sicuramente una più efficace lotta all’evasione fiscale, che, solo in Italia, sottrae all’erario risorse per 130 miliardi di euro all’anno ( ): è una piaga che, se non può essere del tutto estirpata, può certamente essere ridimensionata (e, se il contrasto all’evasione è questione prevalentemente nazionale, i meccanismi anti-elusivi necessiterebbero, invece, di un maggior intervento a livello europeo). Altre risorse potrebbero essere ricavate dalla lotta alla criminalità, specie quella organizzata: ma i piani di austerity vanno in senso contrario, perché colpiscono pesantemente anche l’apparato giudiziario e quello di pubblica sicurezza, che sono preposti a combatterla.
Tra i fenomeni criminali devono sicuramente includersi i delitti dei colletti bianchi: il danno causato dalla corruzione è incalcolabile. Nel caso delle grandi opere pubbliche, si stima che, in Italia, essa comporti costi equivalenti al 40% del valore totale degli appalti: ad esempio, il costo medio dell’alta velocità nella penisola è stato di 61 milioni di euro al chilometro, contro i 10,2 milioni di euro della Parigi-Lione, i 9,8 milioni di euro della Madrid-Siviglia ed i 9,3 milioni di euro della Tokyo-Osaka ( ).
In effetti, proprio mentre imperversa la crisi economica, ed importanti settori pubblici, già in stato critico, vengono falcidiati dai tagli, ingenti risorse continuano a essere disperse in opere inutili, solo al fine di foraggiare quella stessa classe politica che ne decide la realizzazione. La partitocrazia prospera e garantisce ai propri adepti scandalosi stipendi e rimborsi. La Chiesa cattolica continua a godere di privilegi, esenzioni fiscali e sovvenzioni. Enormi ricchezze sono concentrate nelle mani di lobbies potentissime, una cui minima frazione basterebbe – ove esistesse l’effettiva volontà di tassarle – a sostentare le finanze pubbliche per molti anni a venire. Le privatizzazioni, ove condotte in modo più oculato, condurrebbero ad introiti ingenti senza svendere i capitali statali a scaltri speculatori con agganci politici. Costosissime missioni militari all’estero continuano ad essere finanziate e intraprese, senza speranza di elevare l’Italia da comprimaria a protagonista dello scenario internazionale (gigante economico e nano politico, si diceva un tempo; la differenza di statura si è ora ridotta, ma nella direzione inversa rispetto a quella auspicata). Ciò mentre altri settori veramente strategici e di vitale importanza (quali gli investimenti pubblici in ricerca scientifica e tecnologica), sono ridotti ai minimi termini, condannando il Paese al sottosviluppo e confermando che le risorse non mancano, ma sono mal distribuite. Se si riuscisse a recuperare una minima frazione di queste risorse, vi sarebbero fondi non solo per preservare i servizi essenziali ed evitare lo smantellamento dello Stato sociale, ma anche per intraprendere, mediante corposi investimenti, quelle iniziative propulsive ed anti-recessive che potrebbero restituire vigore all’economia in tempi di crisi.
Altro fattore di cui si deve tener conto è che ai piani di austerità si è accompagnato un generale inasprimento della pressione fiscale: ma – quanto meno in Italia – esso è stato disposto in modo iniquo ed inadeguato, colpendo le classi più deboli e quelle produttive (con effetti disastrosi sull’economia) e lasciando indenni lobbies e detentori di ricchezza tradizionalmente privilegiati. In sostanza, con politiche economiche recessive, nel rapporto deficit / PIL, si è pensato solo a come ridurre il numeratore, anziché a come aumentare – anche mediante investimenti pubblici – il denominatore. Non ci si deve dunque sorprendere se, nonostante i vigorosi tagli, il debito pubblico continuerà ad essere un macigno inamovibile: perché il rigorismo oltranzista deprime l’economia, avvinghiandola in una drammatica spirale recessiva.

Il secondo argomento addotto dai fautori dell’austerity è che i tagli alla spesa pubblica colpiscono selettivamente gli sprechi, lasciando intatte le branche virtuose dell’Amministrazione. La fallacia di questo argomento è altrettanto evidente. In Italia, l’esistenza di scandalosi sprechi nel settore pubblico è un fatto innegabile, con un incalcolabile numero di casi in decenni di scelleratezze e spese dissennate. Anzi, a ben vedere, non si tratta di “casi” isolati, ma – ed è questo il maggior problema – di un fenomeno che è divenuto consustanziale alla stessa Amministrazione. Esso si deve, in gran parte, a meccanismi clientelari che legano classe politica ed apparato amministrativo in modo perverso, specie per quanto concerne le cariche dell’alta dirigenza, le cui nomine sono determinate, principalmente, per cooptazione o per osmosi dai ranghi partitici. In tal modo, la gestione del settore pubblico, affidata ad alti burocrati che hanno interesse, più che altro, a creare e mantenere le proprie posizioni di potere, si sviluppa, nella maggior parte dei casi, in modo farraginoso ed inefficiente. L’istituzione e la duplicazione di enti e cariche inutili, al solo fine di procurare adeguati stipendi e rimborsi per faraoniche spese di rappresentanza a politici e burocrati senza scrupoli sono, purtroppo, all’ordine del giorno, e cozzano irrimediabilmente con le penurie dei servizi pubblici, afflitti da una cronica carenza di risorse. In questo contesto, i fautori dell’austerity propongono una ricetta semplice: con i tagli alla spesa, i dirigenti pubblici, costretti a stringere la cinghia, dovranno necessariamente eliminare gli sprechi e concentrare le minori risorse disponibili sull’efficiente funzionamento dell’Amministrazione. Ma la ricetta è inefficace perché gli sprechi nel settore pubblico dipendono da fattori politici, sociali e finanche storici e culturali, che non possono essere eliminati con un colpo di spugna. Gli sprechi non si combattono con i tagli alla spesa, ma con un’incisiva riforma dell’Amministrazione che aumenti i controlli, smantelli le connivenze tra classe politica ed alti burocrati e preveda una seria lotta contro corruzione e malversazione. Fino a che ciò non accadrà, il settore pubblico continuerà ad essere gestito in modo inefficiente e dissennato, ed i tagli colpiranno le branche virtuose dell’Amministrazione e quelle che concretamente erogano i servizi pubblici, non quelle incancrenite dalla mala gestio.
Del resto, il rigore nella gestione dei conti pubblici non sembra un criterio a cui l’attuale classe dirigente possa seriamente adattarsi. I politici sono, al giorno d’oggi, grandi sostenitori dell’austerity, purché essa non si applichi alla casta cui essi appartengono. Le potenti lobbies presenti fuori e dentro dall’Amministrazione esigono che i propri campi d’azione restino aree franche. Le corporazioni reclamano che i propri interessi non siano intaccati. In questo contesto, burocrati ed alti dirigenti amministrativi, riluttanti ad indossare l’austero cilicio, adottano e continueranno ad ispirare la loro azione – o inazione – a criteri gestionali più adatti alla filosofia gaudente di Oscar Wilde (il quale, com’è noto, poteva rinunciare a tutto, ma non al superfluo), che al claustrale ascetismo dei primi anacoreti.
Si spiegano così fenomeni allo stesso tempo inquietanti e curiosi, come quello – cui si è già fatto accenno – della miracolosa resurrezione o duplicazione di enti inutili di cui si era annunciata – o addirittura già realizzata – la soppressione. Tale prodigiosa facoltà di rigenerazione di organi consente di assimilare l’apparato burocratico a certe specie di invertebrati marini: tuttavia, nel primo caso, a differenza del secondo, la rinascita interessa, quasi sempre, tessuti malati di cui si auspicava l’estirpazione, mentre le amputazioni di gangli vitali restano sovente irreversibili.

Altro argomento addotto dai sostenitori dei tagli alla spesa riguarda il numero dei dipendenti pubblici. In Italia, come in altri Paesi, si afferma che il loro numero sia eccessivo, e che il costo dei loro stipendi sia divenuto insostenibile per le finanze pubbliche. In realtà, tale assunto, espresso in termini così semplificati e categorici, non può essere sbrigativamente accettato, senza un serio e critico approfondimento. Secondo un dato piuttosto recente ( ), in Italia si contano 58 impiegati pubblici ogni 1000 abitanti, un dato comparabile con quello della Germania (54) e della Spagna (65), e notevolmente inferiore a quello di Paesi come il Regno Unito (92), la Francia (94) e la Svezia (135): anche se, in quest’ultimo caso, il maggior numero dipende da una maggiore quantità e qualità di servizi pubblici; il che dimostra che una seria riforma del settore pubblico dovrebbe puntare a migliorarne l’efficienza, e non solo a ridurne i costi. Secondo la stessa fonte, anche la spesa per il pubblico impiego (11,1% del PIL), in Italia, è perfettamente in linea con la media europea. La semplicistica e fallace concezione del settore pubblico come mero stipendificio, dalla produttività scarsa e dai costi elevatissimi deve essere dunque superata, rivalutando il ruolo dell’Amministrazione come primo garante dei diritti dei cittadini ed insostituibile baluardo dello Stato sociale.
Ciò non significa che il settore pubblico non sia afflitto da gravi criticità, che affliggono non solo il livello dirigenziale – questione cui si è già fatto accenno – ma anche i quadri intermedi e gli strati inferiori dell’apparato. In generale, si può dire che il numero dei dipendenti pubblici non è, nel complesso, eccessivo: ma essi sono, in molti casi, malamente impiegati e distribuiti in modo irrazionale tra le varie propaggini di cui si compone l’apparato amministrativo. In effetti, in seno ad esso, esistono ambiti pletorici in cui il numero dei dipendenti è sicuramente in esubero (come nel caso degli agenti forestali in certe regioni meridionali); mentre ve ne sono altri (come in ambito giudiziario) in cui il personale è drammaticamente carente. Ciò si deve alla stessa commistione di interessi politici e burocratici cui prima si è fatto riferimento, che hanno prodotto immensi uffici, dalla produttività bassissima o nulla, che non hanno altra funzione se non quella di garantire uno stipendio ai dipendenti che ad essi sono preposti. Al contempo, però, vi sono altri settori in cui gli organici sono così carenti da costringere i cittadini ad attese estenuanti per l’erogazione dei servizi, se non, addirittura, a comprometterne la stessa funzionalità.
Le politiche di austerità applicate, che prevedono un sostanziale blocco delle assunzioni, non risolvono il problema: perché, nel pubblico impiego, lasciano inalterati i rapporti quantitativi tra i settori di esubero ed i settori in sofferenza. Una seria riforma presupporrebbe, allora, interventi mirati, rimeditando le scelte di reclutamento (favorendo le assunzioni negli ambiti critici e bloccandole negli altri casi), di progressione di carriera (che deve essere basata maggiormente sul merito, anziché sull’anzianità), ed agevolando i meccanismi di mobilità interna. E’ questo uno dei punti chiavi di una seria ed auspicabile riforma: perché i trasferimenti nella Pubblica amministrazione avvengono, nella maggior parte dei casi, non per esigenze organizzative o gestionali, ma per iniziativa degli stessi dipendenti (i quali, per comprensibili ragioni personali e familiari, chiedono di essere trasferiti in ambiti territoriali che sono loro più confacenti). La Pubblica amministrazione opera inoltre, troppo spesso, come se fosse divisa in compartimenti stagni: cosicché non si immagina che i dipendenti di alcuni apparati in esubero (come quello di certe amministrazioni territoriali) possano essere trasferiti, dopo un adeguato periodo di formazione, in settori critici (come quello delle cancellerie giudiziarie).
Le stesse incongruenze esistono a livello retributivo: ove si assiste alla contrapposizione tra un apparato dirigenziale pletorico, con plurime ed elevate retribuzioni, ed un livello impiegatizio con stipendi spesso inadeguati. Lo stipendio medio di un dipendente di Montecitorio è, all’incirca, di tre volte e mezza quella di un collega della House of Commons ( ). Allo stenografo del Senato è garantito un appannaggio pari a quello di cui beneficia il Re di Spagna ( ). All’opposto, lo Stato italiano riserva a certe categorie di pubblici dipendenti, come gli insegnanti, un trattamento salariale inaccettabile.
In questo contesto, è evidente che il taglio agli stipendi dei dipendenti pubblici attuato in ossequio alle politiche di austerity incrementa, anziché diminuire, queste sperequazioni, colpendo categorie già svantaggiate e lasciando sostanzialmente indenni le vere sacche di parassitismo politico e amministrativo.

6.2 La Pubblica Amministrazione ai tempi della crisi
Resta quindi da chiedersi quale sia l’impatto dei tagli sul modo in cui l’Amministrazione potrà concretamente esplicare le sue funzioni. Le aspettative non sono certo delle migliori. Il sistema sanitario italiano, un tempo uno dei migliori ed efficienti al mondo – seppur non immune da malversazioni e sprechi – è già stato notevolmente ridimensionato. Secondo l’Ocse ( ), la spesa sanitaria pro-capite italiana, in termini reali, si è ridotta del 2% nel 2011 (ma la diminuzione, nel biennio 2009-2011, interessa anche altri dieci Paesi europei). Ancora peggiori sono le conseguenze su settori – come quello giudiziario – in cui l’Italia ha invece sempre spiccato per inefficienza e cronica carenza di risorse. Con un organico di magistrati perennemente sottodimensionato ed incapace di gestire un contenzioso dalle proporzioni immani, il principio di ragionevole durata del processo, sancito dall’art. 111 della Costituzione, resta un lontanissimo miraggio. Ancora più nefaste sono le condizioni del sistema carcerario, il quale necessiterebbe di investimenti, e non di tagli, per risolvere finalmente il dramma di un apparato penitenziario fondato su carceri antiquate e sovraffollate e caratterizzato da una cronica carenza di personale di sorveglianza. Gli unici rimedi tentati in questi anni sono stati dei palliativi a costo zero – ed anzi rivolti a ridurre la spesa – quali l’adozione di discutibili provvedimenti di clemenza che manifestano una sostanziale abdicazione dei poteri pubblici rispetto alla ineliminabile necessità di esplicare la propria funzione preventiva e punitiva. Ciò non ha impedito, peraltro, che l’Italia sia stata più volte condannata dalla Corte di Strasburgo per le condizioni inumane del proprio sistema carcerario. E’ questo un buon esempio di quanto le inefficienze e le carenze dell’Amministrazione – in questo caso quella penitenziaria – se si spingono oltre un certo punto, possono porre problemi non solo di carattere politico, ma anche giuridico – costituzionale.
Il sistema carcerario italiano riserva ai detenuti delle condizioni compatibili con il divieto di “trattamenti contrari al senso di umanità”, stabilito dall’art. 27 della Costituzione? Può una situazione di fatto, anziché una specifica norma legislativa, determinare una violazione di una disposizione costituzionale? La Corte costituzionale è stata investita della questione e l’ha affrontata in una recente sentenza, la n. 279 del 22 novembre 2013. Due Tribunali di Sorveglianza – quelli di Venezia e di Milano – avevano posto la questione di legittimità costituzionale dell’art. 147 del codice penale «nella parte in cui non prevede, oltre ai casi ivi espressamente contemplati, l’ipotesi di rinvio facoltativo dell’esecuzione della pena quando essa debba svolgersi in condizioni contrarie al senso di umanità». La Corte costituzionale ha ritenuto inammissibile la questione, pur ritenendola, sostanzialmente, fondata nel merito: ciò in considerazione del «rispetto della priorità di valutazione da parte del legislatore sulla congruità dei mezzi per raggiungere un fine costituzionalmente necessario». In altre parole, il problema è stato affrontato con un disinvolto ricorso al criterio della discrezionalità del legislatore, utilizzato in certi casi dalla Corte per togliersi d’impaccio, e obliterato in alcune sentenze manipolative in cui prevale invece l’intento interventistico. Tuttavia, conscia del fatto che, di fronte alla dovizia di soluzioni possibili, il legislatore potrebbe, come un novello asino di Buridano, non adottarne nessuna, la Corte costituzionale ha lanciato il monito per cui «non sarebbe tollerabile l’eccessivo protrarsi dell’inerzia legislativa in ordine al grave problema individuato nella presente pronuncia».

6.3 Il nodo gordiano
Le misure anti-crisi sollevano, dunque, interrogativi ai quali i Tribunali costituzionali dovranno dare una risposta. Qualche vecchia sentenza della Consulta insegna che, in tempi di crisi, al legislatore, se non tutto, molto è concesso ( ). I tempi sono veramente cambiati, sono finalmente maturi per un delicato – ma necessario – mutamento di rotta, o il vino nuovo sarà versato in otri vecchi? Concetti quali “discrezionalità del legislatore”, “norme programmatiche e norme precettive”, saranno forse, ancora, i grimaldelli utilizzati dai giudici costituzionali per trovare la quadratura del cerchio, in un contesto nel quale, con poca attenzione ai contenuti minimi ed effettivi dei diritti fondamentali, il vincolo del pareggio di bilancio rischia di rappresentare il nodo che rende il groviglio inestricabile. Si esamini, ad esempio, l’art. 34 della Costituzione italiana. Esso stabilisce che “i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso”. Ci si dovrebbe chiedere, allora, fino a che punto il legislatore potrebbe limitare e ridurre queste provvidenze fino a determinare una violazione della norma costituzionale. Ed in che modo la Corte costituzionale potrebbe sindacare queste scelte, ponendo un argine alla smania decurtatrice; ma, al contempo, in base a quale criterio potrebbe fissare il limite minimo invalicabile senza sconfinare nell’arbitrio.

Certo è che, di fronte a tagli che minacciano sempre maggiormente la funzionalità dell’apparato amministrativo, il raggio d’azione dei Tribunali costituzionali è destinato ad aumentare; e con esso il margine di discrezionalità – e di opinabilità – delle decisioni. E’ noto che il Tribunale costituzionale portoghese si è già pronunciato contro certe misure di austerità decise dal Governo.
In Italia, come si è già osservato nel paragrafo quarto, la Corte costituzionale è più volte intervenuta per dirimere i contrasti che le nuove politiche economiche hanno generato tra Stato centrale ed Enti territoriali. E’ indubitabile, in effetti, che l’austerity abbia prodotto fenomeni di neo-centralismo statale, di dubbia compatibilità con principi costituzionali quali quello di sussidiarietà. Non ci si deve sorprendere dunque se le Regioni, lamentando una violazione delle proprie competenze, innalzeranno sempre più spesso il loro orgoglioso vessillo dinanzi alla Consulta.
In ogni caso, oltre che di dubbia costituzionalità, il nuovo fenomeno è di altrettanto dubbia opportunità: perché il decentramento favorisce l’effettivo controllo dei cittadini sull’utilizzo delle pubbliche risorse, che rappresenta, almeno potenzialmente, il principale antidoto contro gli sprechi e le malversazioni (anche se, in realtà, la situazione italiana sembra smentire tale constatazione, vista la proliferazione della corruzione politica negli enti locali).

In ogni caso, è facilmente prevedibile che altro materiale per l’incessante lavoro della Corte proverrà dalla concreta applicazione del principio del pareggio di bilancio. E’ noto che cinque Premi Nobel hanno scritto un sentito appello a Barack Obama per avvisarlo che il pareggio di bilancio è una sorta di camicia di forza economica, che, specialmente in periodi di recessione, può produrre effetti perversi ( ). Si può quindi dubitare dell’effettiva opportunità di inserire nella Costituzione una siffatta regola, che rischia di sovrapporre in modo confuso diritto ed economia, giustizia e finanza, trasformando i giudici costituzionali in revisori dei conti. Ma questa non è l’unica ragione che desta perplessità. Ciascun scaltro imprenditore sa che, per sviluppare la sua attività, dovrà in certo misura far prudente ricorso all’indebitamento, così come un esperto timoniere sa che la rotta della navigazione richiede una certo margine di manovra che non può non tener conto della direzione dei venti. Il problema è che, finora, tra i nostri amministratori, nessuno ha dimostrato di saper reggere il timone della nave. La verità è dunque questa: di fronte all’incapacità di selezionare una migliore classe dirigente, con la regola del pareggio di bilancio si è tentato di porre un freno alle dissennate scelleratezze di quella esistente.

6.4 Un fallimento ideologico
Del resto, quelli descritti sono solo alcuni dei più eclatanti effetti della crisi sul sistema costituzionale, ma non certo gli unici, al punto che autorevoli commentatori parlano ormai di un vero e proprio “diritto della crisi” ( ), caratterizzato da una forte riduzione del dibattito democratico e parlamentare, di cui il massiccio ricorso alla decretazione d’urgenza da parte del governo costituisce uno degli indici più inquietanti e palesi. L’esecutivo assume un ruolo preminente. Criteri di carattere economico prendono il sopravvento sui principi giuridici e costituzionali, al punto che, di alcuni criteri finanziari, si esige l’inserimento tra le norme di rango supremo (come è avvenuto per la regola del pareggio di bilancio). Il principio dettato dall’art. 41 della Costituzione italiana, secondo cui l’attività economica pubblica e privata può essere indirizzata e coordinata a fini sociali, sembra invertito: lo Stato abdica alla sua funzione sociale di fronte agli interessi economici.
In questo contesto, la crisi finanziaria, ormai divenuta strutturale, pone nuovi interrogativi circa la configurazione sociale dello Stato ( ).

Le politiche di austerità, massima espressione di questa recente tendenza economicistica, si sono dimostrate una reazione inadeguata alla crisi. I proclami sul rigore dei conti pubblici sono divenuti ben presto un comodo alibi per l’applicazione di misure neo-liberistiche che rischiano di smantellare, insieme al Welfare, conquiste sociali che si davano già per storicamente acquisite: a dimostrazione del fatto che le conquiste non sono mai definitive, e che il regresso è sempre possibile. I diritti di molti sono stati progressivamente erosi, mentre i privilegi di pochi sono rimasti sostanzialmente intatti. In questa nuova, pericolosa concezione, la Pubblica amministrazione è vista solo come un ingombrante fardello ed i servizi pubblici come un costo da contenere.
In realtà, i principali responsabili del dissesto economico vanno ricercati altrove. D’altro canto, non si deve dimenticare che l’attuale crisi della finanza pubblica ha avuto origine, Oltreoceano, da una crisi della finanza privata ( ). Visti gli effetti devastanti che essa può provocare, non si può negare, dunque, che l’economia di mercato costituisca, al giorno d’oggi, una questione centrale per il diritto costituzionale ( ).

Al contrario, la tracotante sicurezza con cui molti economisti e politici, presentandosi come i portavoce di una scienza esatta ( ), hanno imposto i piani di austerità come unico possibile rimedio alla crisi economica, dovrebbe ora lasciare il posto a una pubblica ammenda. Ma è difficile credere che ciò accadrà. Bisogna certo apprezzare il recente intervento di Giorgio Napolitano al Parlamento europeo ( ), nel quale il Presidente della Repubblica ha evidenziato la necessità di accantonare le politiche di austerità, delle quali egli stesso, forte sostenitore del rigorismo di Monti, era stato, almeno indirettamente, fautore.
I responsabili di questo disastroso rigorismo devono tuttavia essere individuati non solo a livello nazionale, ma anche – e soprattutto – europeo. La straordinaria determinazione con cui, in molti Stati membri, le politiche di austerity sono state applicate rappresentano un singolare caso di sinergia a livello sovranazionale che, se non avesse prodotto risultati così nefasti, parrebbe dover essere, per ciò solo, salutato con favore nell’ottica dell’integrazione. In realtà, oltre che nel merito, tale sinergia è stata anche – e soprattutto – deleteria per il metodo con cui è stata costruita.
Il prezzo da pagare è stato, innanzi tutto, quello di una pericolosa uniformazione su una sorta di pensiero unico pseudoscientifico. Il dibattito a livello europeo, già assai scarso, è stato immediatamente azzerato; quello in ambito nazionale, benché originariamente più acceso, è stato, anch’esso, progressivamente sopito. Emblematica è, in proposito, la fretta con cui, in Spagna, è stata approvata la riforma costituzionale che ha introdotto il principio di equilibrio di bilancio. Nei Paesi più colpiti dalla crisi, le aule parlamentari, da tradizionali luoghi di composizione dei conflitti sociali, sono diventati uffici certificatori di decisioni già prese altrove; i governi, dal canto loro, hanno spesso assunto il ruolo di meri esecutori di programmi prestabiliti dall’esterno, a prescindere dall’esito delle elezioni ( ). Di questo inquietante fenomeno vi sono stati diversi, significativi, casi, di cui si è dato conto nelle pagine precedenti; anche la rassicurante e subdola maschera di esecutivi “tecnici” che è stata affibbiata a certe compagini governative è ben presto caduta di fronte alla realtà di governi “politici” che essi rappresentano ( ).

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